lunedì 12 settembre 2022

Ma troverò (Poesia)



A volte mi fermo e mi domando
se tutto questo valga la pena,
a volte mi accorgo e mi rispondo
che niente di questo merita cura:
sono troppo per questa città,
troppo poco per il mondo,
ma troverò un equilibrio,
dovessi anche raschiare il fondo.

Ti porgerei la mano e tu la stringeresti
se quello che sogno si facesse realtà,
ti porgerei la guancia e tu la baceresti
se fossi quello che sogno nella realtà:
sono tutto per questo mondo,
meno di niente per la città,
ma troverò la mia via d'uscita,
dovessi anche sacrificare in ingenuità.

Ho torto spesso a pensare che tu possa
o addirittura debba amarmi come sono,
con me ti scaveresti sicura fossa
e ti darei la noia come mio unico dono:
sono qualcosa per chi mi dà retta,
uno qualunque per le folle in sommossa,
ma troverò le tue labbra nella mischia,
dovessi anche pentirmi di una simile mossa.

P. G. B.

giovedì 17 marzo 2022

"MONO/Stereo/POLI/Oh! ... (un) invito al gioCo". Flavio Albanese scrive di "Una storia non nuova. 29 poesie" di Paolo Gabriel Boccacci

Immagine di Valeria Pierini

MONO/Stereo/POLI/Oh! ...

(un) invito al gioC(g)o


Lei sceglie il fungo, lui la candela. Un colpo di polso e alea iacta est!

Così, come una tracklist da scoprire e scandagliare, una playlist da suggere e ascoltare, una setlist da sentire e godere, ecco comparire dal piano inclinato delle loro menti le caselle con cui i concorrenti giocheranno:

  1. La danza della lealtà: appena dopo il via, non si può evitare di andare, incedere, avanzare lungo i comparti stagnanti e mobili di questa ruota della vita che chiamiamo fortuna, pronti a scansare infortuni col sottile potente martello di chi, pur sentendosi appellare anima candida o cretino, non rinuncia a Ironia per incidere il reale e le sue epigrafi.

  2. Tempus edax, mulier edacior: già si avverte uno scorrer comune, sentito e avvertito in quel che resta dei giorni a venire, tra un tempio da fuggire e una dancefloor da abbracciare. Poche certezze tra le mani, come guardarsi dai qualcosa e i qualcuno che possono farci mostruosi. C’è un tempo per Aspasia e uno per Egira.

  3. Tessere o non tessere? (quello che non c'è): lungo il percorso può capitare di sentir stanchezza e sonno, o quel sopore che del sonno ha solo i tratti e altro nome. Un sentire proprio che è al contempo altrui, reciproco scambio di lembi zippati che porta a vedersi                 e a incernierarsi lancillotti senza graale ginevre senza artù.

  4. Mentre mi affamavo sul Brotherly Bridge: dunque un ponte, un passo, un giunto cardanico cardato di occhi smorti e sguardi spenti, come buoi aggiogati nella bolgia degli ipocriti. E oltre questi e tra questi, oltre il ponte e sul ponte, l’occhio e lo sguardo  di un compagno, purgato degli altri, goloso solo di tanta bella fierezza.

  5. Lord Godivo’s hoperection: si spera, lungo il tragitto, anche in tubi catodici e suoni intelligenti, così intelligenti da scervellarci il cranio in gruppi di gerani in un esterno che dà su un golgota eretto, che dà a sua volta sulle nostre asistole. Si sperimenta e si erige, sperando di evitare tuoni deficienti e pubi cattolici.

  6. Come onda su catrame: dopo un ponte un pontile, tanto irreale e immaginato da esser quasi vero, via dalla vox populi (che è spesso vox daemonii), tra pause che uniscono terre e amori, tra punti che legano cuori e mari, sicuri delle labbra donate, gettate e stipate in cofanetti salvati, decisi a salpare per mondi nuovi.

  7. Ballata del bollore bieco: “Sarai solo nel tuo sole e solo sarai!”, dice lei a un tratto del tragitto, non sapendo di dar vita, con parole agite e azioni parlate, a ratti appestati, parenti stantii, lanzichenecchi che fanno harakiri. Sarai sola nel tuo sole o sola sarai?”, dice lui guardandola sbiadire di parole tarlate di parole.

  8. Sale e scende il tran-tran-vai: poi si fanno incontri, si hanno visioni, si intonan preghiere, si colgon guizzi, si lancian perorazioni in faccia a basiliche e basilischi, trovandosi miseri e pietosi, ancora impigliati tra le rughe viventi e i salti fangosi di un oggi rumoroso e il silenzio degli dei.

  9. L'inizio è la mia fine … forse: tra una casella e l’altra, tra una chance e l’altra, a chi gioca seriamente senza fingere o scherzare può capitare di dar fiato a pene e conclusioni, che includano nel loro letto un fiume di alfa e omega, prima di capire che  tutto si smette, tranne credere che il tutto e i tutti smetteranno.

  10. Tutto l’universo d‘ubbi-disce’ al candore: sul tavolo verde, verde di invidia e dobloni, di rabbia e probabilità, è sempre ragionevole sentire quel che ha da dirci il ragionevole sospetto, da tenere come scudo tenuto dirimpetto a chi dai piani alti e più alti sempre preme il tasto “avvio” di questa nostra centrifuga.

  11. S’i fosse buio andarei da mia alba, s’i fosse luce fuggirei da lei: prossima tappa, le  terre private dei goliardi e dei giullari, lastricate di facce dure e ottime intenzioni, che sebbene sperino in raggi caldi per sbocciare hanno spesso conti in sospeso con i giorni smorzati e affettati da mille e uno effetto notte.

  12. Principi problematici di teleologia innaturale: cade la mela dall’albero, cade Newton dal pero; cade la pera nel braccio, cade la tempra nel fosso; cade il fosso nell’anima, cade Gogol’ tra i vivi; cade la vita nel cuore di chi cadendo non resta inerte e dalla gravità divina tira fuori il vino degli umani.

  13. (t)Anamorfosi: per il troppo cercare alle porte di vie di fuga, che portino lontano da questo giro obbligato in sensi unici rimontati, si arriva ad agire come aracni di noi stessi, legati a triplo filo a patti pattuiti da qualcun altro, un filo che soffoca e non protegge, che occlude e non collega.

  14. Lo scopare scientifico: perciò, di tanto in tanto, tra un imprevisto e una patrimoniale, una tassa di lusso e una stazione nord, si ritrovano lui e lei a fondere arti e organi, senza piacere, forse senza piacersi più di tanto, meccanici i gesti di chi irriso  non sa ridere mentre affonda nel deserto dell’altro.

  15. Cenere massiccia: e gli occhi non son più gli specchi limpidi dell’anima amata, che sembra amare solo stessa, nel gioco fra schiavo severo e padrona obbligata che pende  e spadroneggia su entrambi come una corte di cassazione viziata di braci e ingiustizia. E c’è chi dall’abisso inchioda l’altra alla vetta.

  16. Il gelo in Abbastanza: si balla e riballa, si bolle e ribolle, in questo avanzare a passo di zanzara, che danza stanca e decisa, consapevole di esser sempre in bilico a cavallo della bilancia, che pende e mai va giù, che propende e sempre va più su e mai dipende  dai diktat di chi non la vuole di più.

  17. Chissà chisSenescenza: guardarsi intorno, guardarsi dentro, scavarsi intorno, scavarsi dentro, trovarsi intorno, trovarsi dentro, per ritrovarsi un po’ più piagati, piegati, provati dall’ipoteca precedente, eppure ancora in piedi, per quanto a due passi dalla soglia di prigione senza cauzione alcuna.

  18. La dodicesima in fronte: e per quanti vincoli e limiti, svincoli e militi, ostacoli e pastoie, oracoli e cesoie si possano patire, anche l’ora più calda e luminosa arriva a toccarci e a cullarci il petto, a cogliere puri il nettare che ronza, che fischia, che chiede di uscire dalle celle più belle di noi.

  19. Tanta Romana Offesa: in una voliera incontrata sul sentiero si vede nitido un buco bucato da un frullio, e questo frullio frullato via giusto il tempo di venir frullato da frollati in parannanza, sulla crudele distanza che il grido e il dissenso coprono fino in bocca ai cani della domenica, signori di tutti i cani.

  20. Mi salverai da ogni diplomazia: così il giocatore dice a sé stesso, parlando in e fuori scena, a voce alta e sussurrata, rivolto ai suoi stessi migliori acché non cerchino speranze vane e consolazioni. Il bianco di marmo che mostra al pubblico cela paure che vorrebbero affondarlo.

  21. Paga stella rincorsa: il viaggio di Astrofilo corre lungo una strada lunga e tortuosa, una strada che ricorda quella di Orlando e del suo senno perduto. Ma perduto non vuol dire distrutto e con qualche perdita e un nuovo assetto, anche Astrofilo si può fare Astolfo, guelfo solo per la sua bella.

  22. Todesliebe, meine liebe: salite le scale di un palazzo sinfonico, solo un’orchestra e i suoi canti, solo il tempo e la dinamica si conservano in questo castello di Atlante, cercando nuovi versi in nuove stanze. “Di morte amore, mio amore/di sorte cara, mia cara”, verga e compone e intona il loro autore.

  23. Tra tiepide termopili: già da un po’ una guerra è in atto, per chi non l’avesse capito. Già da un po’ Greci e Persiani si scontrano e sfiancano in cerca di calore. E se il calore, quello vero, senza macchia e senza paura, venisse dal fuori pieno e ampio di una caverna accesa a giorno tutti i giorni?

  24. Mimarsi un po' è un po' svanire: c’è un soffitto di cristallo, adesso, che osserva il giocatore. E più lo osserva, più somiglia alla faglia sconnessa e anaerobica del sorriso di sua moglie, semmai ne avesse una. E lei, dall’altro lato, da parte sua, non può non somigliare al marito. Semmai ne avesse uno.

  25. La casa delle cose di carne: si ha a volte come l’impressione che questo tratturo di noi bestiame ci inganni e prenda in giro, come una corsa gratis che nessuno ci ha detto  di non pagare. Siamo ora Adamo, ora Nimrod, ora Bonnie e Clyde. Ma per capire dovremo toccare e per toccare dovremo sanguinare.

  26. Truce nei miei occhi: si mettono un attimo in posa, lui e lei, sulle tavole incerte di questo tavolo, a citare e recitare l’illustre poeta e l’angelo protettore, a citarsi e recitarsi addosso le chiare lacune di un fragile copione. Fino a cambiare le luci in duci, il sole in gole, lo splendente in serpente.

  27. Piange Pangea (se si punge): tra antichi e nuovi testamenti, testati tra croci e piramidi, tra sabbie e ruggini, tra passaggi e pestaggi, anche la terra ci tiene a ricordare i ruoli che volente o nolente ricopre e ha ricoperto, in questo bailamme di feste consacrate alle terre sante dei terremoti.

  28. Oltre altre alcatraz: l’amore per questo mondo, l’ardore per questo immondo palco che gira e che arrota, che arrota e che gira, suona sì come palla e catena, come tortura cinese che conta i secondi delle ore d’aria. Ma tu, giocatore, non far mai mancare un fiore giallo come medaglia al tuo valor mentale.

  29. Confesso che ho emulato: non si può scomodare Originalità, perché non esiste Origine in questo gioco di andirivieni rivolto a tutti e che noi tutti subiamo. Possiamo però e perciò, montare e decostruire, costruire e smontare quel che abbiamo al nostro attivo. Una dissennata, scherzata rinnovata umanità.

Dunque …

le caselle sono chiarite, le regole stabilite. I tempi e le strategie si faranno di mossa in mossa. E non ci sono numi che siano tutelari di questa o quella parte.
Lei ha scelto il fungo, lui la candela. Un colpo di polso e alea iacta est!
Sediamoci a guardare, alziamoci a giocare in quest’opera incredibile che è di uno e che è di tanti, che ha una e mille prospettive, in questo mega-mini Mònopolistèrio. Rimontiamo baracca e burattini: la partita sta per cominciare … 

È una storia non nuova, quella che abbiamo qui sopra illustrato.
È una storia non nuova, che sa di uova e di gloria, di gusci e di ossa.
È una storia non nuova,
ma è nostra, lo sapete,
quindi siamo costretti a raccontarla.

domenica 2 gennaio 2022

Il cuore del mondo (Poesia)


Sono minuti, sono giorni, sono mesi e anni

di clausura;

non delle case, non delle chiese, non delle stalle

ma delle menti;

sono secondi, assecondati, ma non secondari

i volti del gregge;

sono primi, comprimari, ma più di tutto primati

i codardi di Stato.


È la crociata, è la sinistra insieme alla destra:

piazza pulita.

È lo zeitgeist, l'assenza di spirito, l'acquiescenza:

l'aria che tira.

Sintonizzati, tutti cablati, antenne drizzate: 

gli uomini nuovi.

Come non credere ai loro discorsi, ai loro attestati

di malemerenza!?


Hanno famiglie e hanno dei ruoli, credono con forza 

nel diritto;

hanno la coda, l'hanno di paglia, e si credono fortemente 

nel diritto

di decidere il destino dei loro simili, è bastato loro

il primo pretesto

per tirar fuori il martello, tirar fuori la toga,

e sentenziare

il nemico comune.


Quando finirà, se finirà tutto questo teatro

della crudeltà,

sarò più maturo ma non più sicuro che sarà cambiato

il cuore del mondo,

perché saran pronte allora all'uscita dalle confezioni

i robot,

e a quel punto non ci saranno malanni, ma solo death pass

per l'automazione.


P. G. B.

lunedì 15 novembre 2021

Paolo Gabriel Boccacci, "Una storia non nuova. 29 poesie"

 


Boccacci, P. G., Una storia non nuova. 29 poesie, Bertoni Editore, Poesia Edizioni, Perugia, 2021, 60 p., brossura

Disponibile/ordinabile in tutte le librerie italiane, fisiche e digitali.

BIO

Paolo "Gabriel" Boccacci nasce il 29 giugno 1995 ad Assisi (PG). Si è diplomato in Scienze Umane presso il Liceo Sesto Properzio di Assisi, e, correntemente, frequenta la Facoltà di Lingue e Culture Straniere all'Università degli Studi di Perugia. Ha pubblicato diverse poesie in antologie di genere ("Impronte 14" e "I poeti contemporanei 199 - 7 autori") e ha partecipato a concorsi letterari risultando primo a livello regionale nell'ambito di "Poesia, che passione!", ediz. 2012-13.

SINOSSI

La presente raccolta, composta da 29 poesie, distribuite in tre parti suggellate da un Epilogo, nasce dall'esigenza dell'autore, e uomo, di raccogliere, secondo un legame concettuale - ergo, non solo temporale -, composizioni che abbiano a che fare con i turbamenti che, dal profondo di sé, lo tengono in bilico tra la voglia di vivere a pieno la vita, e la dolceamara tentazione per la caduta, per il fallimento.
     "Una storia non nuova" perché i contenuti e lo stile (o gli stili) non sono inediti, non sono che la riproposizione di un bagaglio che è secolare, e non ha a che fare esclusivamente con la poesia, ma anche, e soprattutto, con la musica, che è alla base della scrittura di queste liriche.
     Ventinove come le canzoni che vanno a comporre la produzione del bluesman Robert Johnson, uno dei più grandi autori e chitarristi del Novecento musicale. Vi è anche una certa autoironia, palese, voluta dall'autore, nell'alludere alle proprie "creazioni" come a un'eredità sulla quale può intervenire poco.
     I testi sono nati tra il gennaio e il marzo del 2019, quando chi li ha scritti, appena ventitreenne, come quando ne aveva quindici, e come ora (a una relativamente breve distanza di tempo dalla loro stesura), aveva tanta urgenza di esprimersi, e probabilmente tanta presunzione.
     L'amore, o la speranza in un amore, l'odio, la guerra, la tristezza, la rassegnazione, la noia, la musica, e altre futilità abitano, di prepotenza, le seguenti pagine, impregnate di inchiostro effimero, eppure "bastardamente" promettente.

lunedì 13 settembre 2021

Qualche riga (Poesia)


Scrivo qualche riga,

di getto, come viene,

di certo non mi conviene,

ma meglio questo rischio

che respirare il terrore 

e farmelo persino andare bene:

che escan le parole come da diga, 

che pulsino di rivolta le vene,

e ch'io mi salvi con colpi di rene

dal sistema, del quale, sfacciato, mi infischio,

perché ammalarmi di terrore,

no, non me lo farò mai andare bene.


E se questo comportare dovesse l'esilio,

lo accetterò, con il rischio che io muoia,

e purché non finisca estinta in me la gioia 

di ciò che mi è più caro, terrò botta,

ammettendo l'errore, il possibile torto,

ma di dittature non avrò mai voglia:

di nessun dio invoco l'ausilio,

non aspetto alcun miracolo alla soglia

della mia esistenza solinga e spoglia,

ma mai che sia motivo questa mia lotta

per dire che io sia soldato insorto,

perché al soldo potrei solo controvoglia.


Sotto cieli sconfinati, in terra totalitaria,

sarò costretto, semmai volessi, alla paura

ogniqualvolta dovessi uscire all'avventura,

cercando una libera uscita non ordinata,

perché vero evaso sarò per il grande occhio,

qualora non vaccinato lasciassi le mie mura:

ben rinuncerei allora alla vostra aria,

e dell'intimo senso di morte non avrei cura,

perché è meglio una reclusione dura e pura 

che un'agonia di massa, libertà condizionata,

e saltellando infante, da novello Pinocchio,

per la mia stanza, rifiuterò l'abiura.


Dicevo queste parole esser di getto,

in realtà sono in rima, lo richiede il tema,

perché non sia delirio, ma fermo anatema

a chi un giorno piangerà per la sentenza,

che arriverà sicura per i crimini di oggi,

fugace giorno di gloria per sedicenti eroi:

pseudofilantropi, democratici, il mio rispetto

avete per la vostra astuzia, vostro emblema,

perché infine davanti a una corte suprema,

al contrario di un tempo, tradirà l'indecenza,

e ne potrete fare solo tristi e biechi sfoggi,

sarete perfetti nel vostro ruolo di hoi-polloi.


P. G. Boccacci

domenica 25 luglio 2021

Scott Walker - Scott 4 (1969) Recensione di P. G. Boccacci

 

Link alla recensione sul sito Debaser: https://www.debaser.it/scott-walker/scott-4/recensione-paolofreddie

     Molti di coloro che amano Scott Walker devono la loro affezione al suo periodo più “dark”, claustrofobico, giudizio, o meglio atteggiamento e propensione, che mi può trovare abbastanza d’accordo, dal momento che “The Drift” (2006) può ben dirsi l’album maggiormente compiuto a livello di atmosfere e ritmi, sapientemente ridotti all’osso, secondo un minimalismo che dà forza alla voce e alle parole dell’artista statunitense, ribattezzatosi britannico.
     Tuttavia, trovo che una mera, seppur verosimile, distinzione tra un “primo” e un “secondo” Walker rischi di generare una fuorviante narrazione, che vorrebbe un artista limitato al pop prima, e votato alla sperimentazione poi. In realtà, tutta la sua carriera, a un primo, a un secondo, a un decimo ascolto (per i die-hard), emerge come un’innegabile manifestazione di istanze avanguardistiche.
     Dai primi quattro LP come autore solista (si escludono, quindi, i lavori con i Walker Brothers, band di fratelli fittizi, in cui prevalgono le cover), segnalati, progressivamente, con un numero, ma di fatto omonimi, agli ultimi progetti con funzione di OST (“The Childhood of a Leader”, 2016, e “Vox Lux”, 2018), Noel Scott Engel immerge i propri contenuti in una soluzione eterogenea, che contenga elementi accessibili, da un lato, e evasivi, ostici dall’altro, in più o meno egual misura. Se, inizialmente, gli uni prevalgono sugli altri, dando l’impressione di avere a che fare con prodotti confezionati per essere innanzitutto consumati, lo si deve a un periodo storico in cui la contaminazione tra sinfonico e pop, esemplificata dalle innovazioni tecniche di un Phil Spector, viene portata sul mercato per fare sensazione, attraverso levigate ibridazioni tra musica leggera e colta. Inoltre, Walker, ben inserito nel contesto di riferimento, si ispira molto al musical di Broadway come, soprattutto, alla canzone francese di Jacques Brel e Leo Ferré, due eminenti chanteurs che fondono autorialità a un formato buono per il mercato. Un altro compositore importante in tal merito, perlomeno come scrittore di melodie, è Burt Bacharach.

     Già a partire dal capitolo finale della tetralogia degli “Scott”, “4”, che è l’oggetto della presente recensione, le intenzioni dell’artista si fanno più ardimentose, il bagaglio culturale del Walker uomo si arricchisce, gli strumenti a disposizione, a livello concettuale, aumentano. La maturazione artistica si concretizza in maniera sostanziale a questo punto del percorso: è il 1969, e il 26enne di Hamilton, Ohio, di stanza a Londra, registra negli Olympic Studios della capitale inglese le tracce che andranno a formare il nuovo LP completamente autografo. Niente più cover, solo brani scritti di proprio pugno. Decide di firmare il tutto con il suo nome di battesimo, Scott Engel, ed è questa la motivazione principale che molti vorranno addurre come all’origine del sorprendente insuccesso commerciale del cantante, prima di allora costantemente baciato dalla fortuna mediatica: “Scott 4” non scala le classifiche di vendita, rimane per qualche tempo in basso, e poi ne viene estromesso del tutto.
     Che a influire maggiormente sul flop siano ragioni formali (nome in copertina, e paternità del materiale) o elementi sonori/lirici più complessi, poco importa. Tutto di “Scott 4” la dice lunga sulla sincerità e sull’intelligenza creativa del suo autore. Capolavoro senza “se” e senza “ma”, contrariamente alle precedenti uscite, che, seppur presentino del materiale artisticamente dignitoso e spesso emozionante, difettano di coerenza concettuale e di un certo peso autoriale e melodico, “4” mette insieme, in maniera perfetta, strumentazione appartenente alla tradizione orchestrale, strumenti acustici e/o riconducibili al rock, e assetto ritmico.
     Il sound continua a essere barocco, ma di un barocco spogliato di molti dei suoi orpelli: a tratti l’effetto fiabesco, sopravvissuto al lavoro di sottrazione, si inserisce in alcuni solchi, e fa sorridere, ma i vari pezzi del puzzle strumentale, più sovente, si incastrano alchemicamente, creando un effetto straniante, e si sposano, senza stonature, al “crooning” d’altri mondi di Engel/Walker. Dei dieci pezzi che vanno a comporre la scaletta dell’album, almeno tre-quattro sono intoccabili, altri sono sofisticati e impeccabili a livello melodico, e i pochi restanti, probabilmente meno ispirati, sono comunque apprezzabili.

     Le prime quattro composizioni, a mio avviso, sono i tasselli di un ideale medley: “The Seventh Seal”, racconto sintetico, in forma di canzone, della trama dell’omonimo film di Ingmar Bergman, di dodici anni prima, e bozzetto sonoro aperto da trombe morriconiane che fanno pensare al coevo Fabrizio De André (quello di “Tutti morimmo a stento”, edito l’anno precedente); “On Your Own Again”, nel quale Scott dipinge emozioni contrastanti nell’arco di un breve e intenso minuto (e quarantotto secondi); “The World’s Strongest Man”, tenera canzone d’amore, e grande manifestazione di umiltà di un uomo che si piega sotto il peso del proprio sentimento (“And didn’t you know that I’m not the world’s strongest man?/When it comes to you and your world, I’m lost”), che si conclude con il primo exemplum, dall’inizio dell’LP, delle tante improvvisazioni vocali in scat, che sono un fiore all’occhiello dell’artista; “Angels of Ashes”, una vera e propria poesia messa in musica, un concentrato di suggestioni che si sviluppano, strofa per strofa, come un canto aedico, con parole cariche di dolcezza, spiritualità e, pure, di sottile ironia. A chiudere il lato A del vinile, “Boy Child”, composizione dall’afflato sinfonico, in chiave occidentale, che si unisce a rintocchi orientali: solo in questo frammento il crooning può risultare stucchevole, non combinandosi efficacemente con gli umori dell’orchestra.
     Lo stesso discorso fatto per il primo lato vale per il secondo. Anche qui, i primi quattromovimenti” raccontano un’unica piccola grande storia su un piano di panorami concettuali: “Hero of the War”, piacevole divertissement antimilitarista (sembra un ossimoro!), che si regge su una chitarra e su delle percussioni che imitano un incalzante galoppo; “The Old Man’s Back Again”, canzone monumentale, che presenta una linea di basso (fornita da Herbie Flowers, lo stesso dietro a quelle che fanno da fondamento alla “Space Oddity” di Bowie, grande estimatore di Walker, e alla “Walk on the Wild Sidereediana) tra le più poderose e vibranti che si possano mai ascoltare, un ritornello da amplesso (merito dell’ugola di Walker, ma anche del coro in stile gregoriano a corredo) nonché un testo di un’intensità inaudita, con sottotitolo “Dedicated to the Neo-Stalinist Regime”, in riferimento all’Invasione del Patto di Varsavia della Cecoslovacchia (versi come “And Andrei V. he cries, with eyes that ring like chimes/His anti-worlds go spinning through his head/He burns them in his dreams/For half-awake, they may as well be dead”, ma soprattutto strofe come “I see a soldier, he’s standing in the rain/For him there’s no old man to walk behind/Devoured by his pain/Bewildered by the faces who pass him by/He’d like another name, the one he’s got’s a curse/These people cried/Why can’t they understand?/His mother called him Ivan, then she died”, non possono lasciare indifferente chiunque abbia un’anima); “Duchess”, miglior momento sinfonico insieme a “On Your Own Again” e “Angels of Angels”, oltre che episodio eminentemente “dylaniano” (del Dylan di “Blonde on Blonde”, in particolare di “Sad-Eyed Lady of the Lowlands”) a livello lirico; “Get Behind Me”, con chitarra elettrica, dal suono acido, a fare da protagonista nel ritornello, da cantare a squarciagola. La chiosa dell’intero LP – della durata di appena trentadue minuti, vissuti però con partecipazione emotiva totale –, ovvero “Rhymes of Goodbye”, è un ottimo congedo, anche se lezioso ed enfatico.
     Tre sono i direttori d’orchestra coinvolti nella realizzazione degli arrangiamenti: Peter Knight, Wally Stott (alias Angela Morley, nome che adotterà nel 1970, a seguito del cambio di sesso) e Keith Roberts. Knight, il quale erige il suo mausoleo sonoro in “The Seventh Seal”, “Angels of Ashes”, “Hero of the War” e “The Old Man’s Back Again”, è un collaboratore fisso di Walker, come anche Stott/Morley, ed è un pezzo da novanta ancor prima della realizzazione di “4”, avendo provveduto al tessuto orchestrale di “Days of Future Passed” dei Moody Blues, che, unitamente al suo status di disco anticipatore del prog (novembre 1967), viene considerato uno dei primi concept album della storia. Roberts, d’altro canto, può vantare la sua presenza nell’omonimo LP dei Gun, band psichedelica di culto, come direttore musicale.

     Scott 4”, uscendo nel novembre 1969, rappresenta il culmine di una riuscitissima parabola generazionale, identificabile con un determinato zeitgeist di matrice anglo-americana, che comprende – solo apparentemente con una certa libertà interpretativa – voci e autori come lo stesso Walker, ma anche Laura Nyro (“Eli and the Thirteenth Confession”, 1968), e ancora prima Van Dyke Parks (“Song Cycle”, 1967) – tutti quanti accomunati da una voluta ricerca di simbiosi tra cantato istrionico, d’effetto preziosamente teatrale, strutture e melodie tra sinfonismo classicista e pop, e autorialità.

Voto: 8,5/10

sabato 22 maggio 2021

Prima che sia troppo tardi

Libero da speranza, e ogni buco nella miniera del sorriso di un volto dozzinale, cercando l'uno, nel bel mezzo di un sole-ggiato mattino da avvoltoio a NY, quando i segni sono tenuti nascosti come celassero un significato in una chiave d'asino, collegato come un link per una porta, una mente per una cripta, un corpo affannosamente racchiuso sopra tutti ... Free of hope, and every hole in the mine of a cheap face smile, going for the one, in the midst of a sun- -NY vulture morning when the signs are kept hidden as if there were a meaning in a don-key, jacked in as a link for a door, a mind for a vault, a body frantically enclosed above all ... E il desider-are si sta facendo urgente, cercando l'uno, in mezzo alle trappole e nello spazio tra la tua stanza e la mia: cos'è nostro? Solo le nostre voci, solo i nostri silenzi: soltanto le nostre vite. And yearn-ing is getting higher, going for the one, amongst the traps and in between your room and mine: what is ours? Just our voices, just our silences: our lives only. E quando moriremo, il cielo si farà sicuramente una gran risata, con le sue nuvole e il vento e la pioggia, quindi che questo desider-are si oda, che questo desider-are rimanga ir-redento, ir-risolto, in-soddisfatto. And when we die, the sky will definitely laugh its lungs out, with its clouds and wind and rain, so let this yearn-ing be heard, let this yearn-ing be un-redeemed, un-solved, un-satisfied. Guardami: non sono umano, la tua vulva non è stata creata per me, e sono destinato a non avere figli, ma non drammatizziamo, cerca l'uno, cerca l'uno, l'unico e solo, quello prima ... Look at me: I'm not human, your vulva was not made for me, and I'm destined not to have children, but let's not dramatize, go for the one, go for the one, for the one and only one before ... che sia troppo tardi. it gets too late. P. G. B.