In questo blog troverete recensioni, poesie, racconti e altro. Tutto nato dalla penna, materiale o virtuale, del sottoscritto, P. G. Boccacci. L'immagine di copertina rappresenta il musicista e cantante Peter Gabriel come è mostrato nella cover del suo primo album da solista, "Car", del 1977. Non a caso la G. del mio nome è quella di Gabriel, mio artista preferito, al quale devo molto. La P. invece sta per Paolo, il mio nome di battesimo.
martedì 6 dicembre 2022
Evocazione (Poesia)
domenica 20 novembre 2022
Allo scoglio del faro (Poesia)
Telefono a ignoti in un vespro embrionale,
in un plumbeo abito da ragazzo vissuto,
corteggio le tue labbra, ovunque esse siano,
perché mi conducano nell'uno o nell'altro imbuto.
Mi tocco e mi ritocco, ma il mio aspetto è lo stesso,
tu ti tocchi e ti ritocchi, ma hai un viso più chiaro,
lampeggio alla tua vista, comunque essa appaia,
e tu aspetti che ti conduca allo scoglio del faro.
Salendo le scale, spiralando a fatica,
mi provo a seguirti ma tu ridi già più avanti,
sei arrivata in cima, io sto ancora a metà,
e io aspetto che i tuoi occhi mi compaiano anelanti.
Ma non compare che una luce sopra al mio sguardo,
non sono più dormiente e mi levo a fatica,
sono resiliente, attore stanco di questo spettacolo
grottesco che è la mia vita, in cui sono mollica.
P. G. B.
lunedì 12 settembre 2022
Ma troverò (Poesia)
a volte mi accorgo e mi rispondo
che niente di questo merita cura:
sono troppo per questa città,
troppo poco per il mondo,
ma troverò un equilibrio,
dovessi anche raschiare il fondo.
Ti porgerei la mano e tu la stringeresti
se quello che sogno si facesse realtà,
ti porgerei la guancia e tu la baceresti
se fossi quello che sogno nella realtà:
sono tutto per questo mondo,
meno di niente per la città,
ma troverò la mia via d'uscita,
dovessi anche sacrificare in ingenuità.
Ho torto spesso a pensare che tu possa
o addirittura debba amarmi come sono,
con me ti scaveresti sicura fossa
e ti darei la noia come mio unico dono:
sono qualcosa per chi mi dà retta,
uno qualunque per le folle in sommossa,
ma troverò le tue labbra nella mischia,
dovessi anche pentirmi di una simile mossa.
giovedì 17 marzo 2022
"MONO/Stereo/POLI/Oh! ... (un) invito al gioCo". Flavio Albanese scrive di "Una storia non nuova. 29 poesie" di Paolo Gabriel Boccacci
| Immagine di Valeria Pierini |
MONO/Stereo/POLI/Oh! ...
(un) invito al gioC(g)o
Lei sceglie il fungo, lui la candela. Un colpo di polso e alea iacta est!
Così, come una tracklist da scoprire e scandagliare, una playlist da suggere e ascoltare, una setlist da sentire e godere, ecco comparire dal piano inclinato delle loro menti le caselle con cui i concorrenti giocheranno:
- La danza della lealtà: appena dopo il via, non si può
evitare di andare, incedere, avanzare
lungo i comparti stagnanti e mobili di questa ruota della vita che chiamiamo fortuna, pronti a scansare infortuni col
sottile potente martello di chi, pur sentendosi appellare anima candida o cretino, non rinuncia a Ironia per
incidere il reale e le sue epigrafi.
- Tempus edax, mulier edacior: già si avverte uno scorrer comune,
sentito e avvertito in quel che
resta dei giorni a venire, tra un tempio da fuggire e una dancefloor da abbracciare. Poche certezze tra le mani,
come guardarsi dai qualcosa e i qualcuno che
possono farci mostruosi. C’è un tempo
per Aspasia e uno per Egira.
- Tessere o non tessere? (quello
che non c'è):
lungo il percorso può capitare di sentir stanchezza e sonno, o quel sopore
che del sonno ha solo i tratti e altro nome. Un sentire proprio
che è al contempo altrui,
reciproco scambio di lembi zippati
che porta a vedersi e a incernierarsi lancillotti senza graal, e ginevre senza artù.
- Mentre mi affamavo sul Brotherly Bridge: dunque un ponte, un passo, un
giunto cardanico cardato di occhi
smorti e sguardi spenti, come buoi aggiogati nella bolgia degli ipocriti. E oltre questi
e tra questi, oltre il ponte e sul ponte,
l’occhio e lo sguardo di un
compagno, purgato degli altri,
goloso solo di tanta bella fierezza.
- Lord Godivo’s hoperection: si spera, lungo il tragitto,
anche in tubi catodici e suoni intelligenti,
così intelligenti da scervellarci il cranio in gruppi di gerani in un esterno che dà su un golgota eretto, che dà a sua
volta sulle nostre asistole. Si sperimenta e si erige, sperando di evitare
tuoni deficienti e pubi
cattolici.
- Come onda su catrame: dopo un ponte un pontile, tanto
irreale e immaginato da esser quasi
vero, via dalla vox populi (che è spesso vox daemonii), tra pause che uniscono terre e amori, tra punti che
legano cuori e mari, sicuri delle labbra donate, gettate e stipate in cofanetti salvati, decisi a salpare per mondi nuovi.
- Ballata del bollore bieco: “Sarai solo nel tuo sole e
solo sarai!”, dice lei a un tratto del
tragitto, non sapendo di dar vita, con parole agite e azioni parlate, a ratti
appestati, parenti stantii,
lanzichenecchi che fanno harakiri. “Sarai
sola nel tuo sole o sola sarai?”, dice lui guardandola sbiadire di parole
tarlate di parole.
- Sale e scende il tran-tran-vai: poi si fanno incontri, si hanno
visioni, si intonan preghiere, si
colgon guizzi, si lancian perorazioni in faccia a basiliche e basilischi, trovandosi miseri e pietosi, ancora
impigliati tra le rughe viventi e i salti fangosi di un oggi rumoroso e il silenzio
degli dei.
- L'inizio è la mia fine … forse: tra una casella e l’altra, tra
una chance e l’altra, a chi gioca seriamente senza fingere o scherzare può capitare di dar fiato a pene e conclusioni, che includano nel loro letto
un fiume di alfa e omega, prima di capire che tutto si smette, tranne credere
che il tutto e i tutti smetteranno.
- Tutto l’universo d‘ubbi-disce’ al candore: sul tavolo verde, verde di invidia
e dobloni, di rabbia e probabilità, è sempre ragionevole sentire quel che ha da dirci il ragionevole sospetto, da tenere come scudo tenuto
dirimpetto a chi dai piani alti e più alti sempre preme il tasto “avvio” di questa nostra centrifuga.
- S’i fosse buio andarei
da mia alba, s’i fosse
luce fuggirei da lei: prossima tappa, le terre
private dei goliardi e dei giullari, lastricate di facce dure e ottime
intenzioni, che sebbene sperino
in raggi caldi per sbocciare
hanno spesso conti in sospeso
con i giorni smorzati e
affettati da mille e uno effetto
notte.
- Principi problematici di teleologia innaturale: cade la mela dall’albero, cade Newton dal pero; cade la pera nel braccio,
cade la tempra nel fosso; cade il fosso nell’anima, cade Gogol’ tra i vivi; cade la vita nel cuore di chi cadendo
non resta inerte e dalla gravità divina tira fuori il vino degli umani.
- (t)Anamorfosi: per il troppo
cercare alle porte di vie di fuga,
che portino lontano
da questo giro obbligato in
sensi unici rimontati, si arriva ad agire come aracni di noi stessi, legati a triplo filo a patti
pattuiti da qualcun altro, un filo che soffoca e non protegge, che occlude e
non collega.
- Lo scopare scientifico: perciò, di tanto in tanto, tra un imprevisto e una patrimoniale, una tassa di lusso e una
stazione nord, si ritrovano lui e lei a fondere arti e organi, senza piacere, forse senza piacersi più di tanto,
meccanici i gesti di chi irriso non sa ridere mentre affonda nel deserto dell’altro.
- Cenere massiccia: e gli occhi
non son più gli specchi
limpidi dell’anima amata,
che sembra amare solo sé stessa,
nel gioco fra schiavo severo
e padrona obbligata che pende e spadroneggia su entrambi come una corte
di cassazione viziata di braci e ingiustizia. E c’è chi dall’abisso
inchioda l’altra alla vetta.
- Il gelo in Abbastanza: si balla e riballa, si bolle e ribolle, in questo avanzare
a passo di zanzara, che danza stanca e decisa, consapevole di esser
sempre in bilico a cavallo della
bilancia, che pende e mai va giù, che propende e sempre va più su e mai dipende dai diktat di chi non la
vuole di più.
- Chissà chisSenescenza: guardarsi intorno, guardarsi
dentro, scavarsi intorno,
scavarsi dentro, trovarsi intorno, trovarsi dentro, per ritrovarsi un
po’ più piagati, piegati, provati
dall’ipoteca precedente, eppure ancora in piedi, per quanto a due passi dalla
soglia di prigione senza cauzione alcuna.
- La dodicesima in fronte: e per quanti vincoli e limiti,
svincoli e militi, ostacoli e pastoie,
oracoli e cesoie si possano patire, anche l’ora più calda e luminosa arriva a toccarci
e a cullarci il petto,
a cogliere puri il nettare
che ronza, che fischia, che chiede di uscire dalle celle più belle di noi.
- Tanta Romana Offesa: in una voliera
incontrata sul sentiero
si vede nitido un buco bucato da un frullio, e questo frullio
frullato via giusto il tempo di venir frullato da frollati in parannanza, sulla crudele distanza che il grido e il
dissenso coprono fino in bocca ai cani della domenica, signori di tutti i cani.
- Mi salverai da ogni diplomazia: così il giocatore dice a sé
stesso, parlando in e fuori scena,
a voce alta e sussurrata, rivolto ai suoi sé stessi
migliori acché non cerchino speranze vane e consolazioni. Il bianco
di marmo che mostra al pubblico cela paure che
vorrebbero affondarlo.
- Paga stella rincorsa: il viaggio
di Astrofilo corre lungo una strada lunga e tortuosa, una strada che ricorda quella
di Orlando e del suo senno perduto.
Ma perduto non vuol dire distrutto e con qualche perdita e un
nuovo assetto, anche Astrofilo si può fare Astolfo, guelfo solo per la sua bella.
- Todesliebe, meine liebe: salite le scale di un palazzo
sinfonico, solo un’orchestra e i
suoi canti, solo il tempo e la dinamica si conservano in questo castello di
Atlante, cercando nuovi versi in
nuove stanze. “Di morte amore, mio amore/di sorte cara, mia cara”, verga e compone e intona
il loro autore.
- Tra tiepide termopili: già da un po’ una guerra è in atto, per chi non l’avesse
capito. Già da un po’ Greci e Persiani si scontrano e sfiancano in cerca di calore. E se il calore, quello vero, senza macchia e senza paura,
venisse dal fuori pieno e ampio di una caverna
accesa a giorno tutti i giorni?
- Mimarsi un po' è un po' svanire: c’è un soffitto di cristallo, adesso, che osserva il giocatore. E più lo osserva, più somiglia alla faglia sconnessa e anaerobica del sorriso di
sua moglie, semmai ne avesse una. E lei, dall’altro lato, da parte sua, non può
non somigliare al marito. Semmai ne
avesse uno.
- La casa delle cose di carne: si ha a volte come l’impressione che questo tratturo
di noi bestiame ci inganni
e prenda in giro, come una corsa
gratis che nessuno
ci ha detto di non pagare.
Siamo ora Adamo, ora Nimrod, ora Bonnie e Clyde. Ma per capire dovremo toccare e per toccare dovremo sanguinare.
- Truce nei miei occhi: si mettono un attimo in posa,
lui e lei, sulle tavole incerte di questo tavolo,
a citare e recitare l’illustre poeta e l’angelo
protettore, a citarsi
e recitarsi addosso le chiare lacune di un fragile
copione. Fino a cambiare le luci in duci, il sole in gole, lo splendente
in serpente.
- Piange Pangea (se si punge): tra antichi e nuovi testamenti,
testati tra croci e piramidi, tra sabbie e ruggini, tra passaggi e pestaggi, anche la terra ci tiene a ricordare i ruoli che volente o nolente ricopre e ha ricoperto, in questo
bailamme di feste consacrate alle terre sante dei terremoti.
- Oltre altre alcatraz: l’amore per questo mondo, l’ardore per questo immondo
palco che gira e che arrota,
che arrota e che gira, suona sì come palla e catena, come tortura cinese che conta i secondi delle ore
d’aria. Ma tu, giocatore, non far mai mancare un fiore giallo come medaglia al tuo valor mentale.
- Confesso che ho emulato: non si può scomodare Originalità, perché non esiste Origine in questo gioco di andirivieni rivolto a tutti e che noi tutti subiamo. Possiamo però e perciò, montare e decostruire, costruire e smontare quel che abbiamo al nostro attivo. Una dissennata, scherzata rinnovata umanità.
Dunque …
le
caselle sono chiarite, le regole stabilite. I tempi e le strategie si faranno
di mossa in mossa. E non ci
sono numi che siano tutelari di questa
o quella parte.
Lei ha scelto il fungo, lui la candela. Un colpo
di polso e alea iacta est!
Sediamoci a guardare, alziamoci
a giocare in quest’opera incredibile che è di uno e che è di tanti, che ha una e mille prospettive, in questo mega-mini
Mònopolistèrio. Rimontiamo baracca
e burattini: la partita sta per cominciare …
È una
storia non nuova, quella che abbiamo qui sopra illustrato.
È una storia non
nuova, che sa di uova e di gloria, di gusci e di ossa.
È una storia non nuova,
ma è nostra, lo sapete,
quindi siamo costretti a raccontarla.
domenica 2 gennaio 2022
Il cuore del mondo (Poesia)
Sono minuti, sono giorni, sono mesi e anni
di clausura;
non delle case, non delle chiese, non delle stalle
ma delle menti;
sono secondi, assecondati, ma non secondari
i volti del gregge;
sono primi, comprimari, ma più di tutto primati
i codardi di Stato.
È la crociata, è la sinistra insieme alla destra:
piazza pulita.
È lo zeitgeist, l'assenza di spirito, l'acquiescenza:
l'aria che tira.
Sintonizzati, tutti cablati, antenne drizzate:
gli uomini nuovi.
Come non credere ai loro discorsi, ai loro attestati
di malemerenza!?
Hanno famiglie e hanno dei ruoli, credono con forza
nel diritto;
hanno la coda, l'hanno di paglia, e si credono fortemente
nel diritto
di decidere il destino dei loro simili, è bastato loro
il primo pretesto
per tirar fuori il martello, tirar fuori la toga,
e sentenziare
il nemico comune.
Quando finirà, se finirà tutto questo teatro
della crudeltà,
sarò più maturo ma non più sicuro che sarà cambiato
il cuore del mondo,
perché saran pronte allora all'uscita dalle confezioni
i robot,
e a quel punto non ci saranno malanni, ma solo death pass
per l'automazione.
P. G. B.
lunedì 15 novembre 2021
Paolo Gabriel Boccacci, "Una storia non nuova. 29 poesie"
Boccacci, P. G., Una storia non nuova. 29 poesie, Bertoni Editore, Poesia Edizioni, Perugia, 2021, 60 p., brossura
Disponibile/ordinabile in tutte le librerie italiane, fisiche e digitali.
BIO
Paolo "Gabriel" Boccacci nasce il 29 giugno 1995 ad Assisi (PG). Si è diplomato in Scienze Umane presso il Liceo Sesto Properzio di Assisi, e, correntemente, frequenta la Facoltà di Lingue e Culture Straniere all'Università degli Studi di Perugia. Ha pubblicato diverse poesie in antologie di genere ("Impronte 14" e "I poeti contemporanei 199 - 7 autori") e ha partecipato a concorsi letterari risultando primo a livello regionale nell'ambito di "Poesia, che passione!", ediz. 2012-13.
SINOSSI
La presente raccolta, composta da 29 poesie, distribuite in tre parti suggellate da un Epilogo, nasce dall'esigenza dell'autore, e uomo, di raccogliere, secondo un legame concettuale - ergo, non solo temporale -, composizioni che abbiano a che fare con i turbamenti che, dal profondo di sé, lo tengono in bilico tra la voglia di vivere a pieno la vita, e la dolceamara tentazione per la caduta, per il fallimento.
"Una storia non nuova" perché i contenuti e lo stile (o gli stili) non sono inediti, non sono che la riproposizione di un bagaglio che è secolare, e non ha a che fare esclusivamente con la poesia, ma anche, e soprattutto, con la musica, che è alla base della scrittura di queste liriche.
Ventinove come le canzoni che vanno a comporre la produzione del bluesman Robert Johnson, uno dei più grandi autori e chitarristi del Novecento musicale. Vi è anche una certa autoironia, palese, voluta dall'autore, nell'alludere alle proprie "creazioni" come a un'eredità sulla quale può intervenire poco.
I testi sono nati tra il gennaio e il marzo del 2019, quando chi li ha scritti, appena ventitreenne, come quando ne aveva quindici, e come ora (a una relativamente breve distanza di tempo dalla loro stesura), aveva tanta urgenza di esprimersi, e probabilmente tanta presunzione.
L'amore, o la speranza in un amore, l'odio, la guerra, la tristezza, la rassegnazione, la noia, la musica, e altre futilità abitano, di prepotenza, le seguenti pagine, impregnate di inchiostro effimero, eppure "bastardamente" promettente.
lunedì 13 settembre 2021
Qualche riga (Poesia)
Scrivo qualche riga,
di getto, come viene,
di certo non mi conviene,
ma meglio questo rischio
che respirare il terrore
e farmelo persino andare bene:
che escan le parole come da diga,
che pulsino di rivolta le vene,
e ch'io mi salvi con colpi di rene
dal sistema, del quale, sfacciato, mi infischio,
perché ammalarmi di terrore,
no, non me lo farò mai andare bene.
E se questo comportare dovesse l'esilio,
lo accetterò, con il rischio che io muoia,
e purché non finisca estinta in me la gioia
di ciò che mi è più caro, terrò botta,
ammettendo l'errore, il possibile torto,
ma di dittature non avrò mai voglia:
di nessun dio invoco l'ausilio,
non aspetto alcun miracolo alla soglia
della mia esistenza solinga e spoglia,
ma mai che sia motivo questa mia lotta
per dire che io sia soldato insorto,
perché al soldo potrei solo controvoglia.
Sotto cieli sconfinati, in terra totalitaria,
sarò costretto, semmai volessi, alla paura
ogniqualvolta dovessi uscire all'avventura,
cercando una libera uscita non ordinata,
perché vero evaso sarò per il grande occhio,
qualora non vaccinato lasciassi le mie mura:
ben rinuncerei allora alla vostra aria,
e dell'intimo senso di morte non avrei cura,
perché è meglio una reclusione dura e pura
che un'agonia di massa, libertà condizionata,
e saltellando infante, da novello Pinocchio,
per la mia stanza, rifiuterò l'abiura.
Dicevo queste parole esser di getto,
in realtà sono in rima, lo richiede il tema,
perché non sia delirio, ma fermo anatema
a chi un giorno piangerà per la sentenza,
che arriverà sicura per i crimini di oggi,
fugace giorno di gloria per sedicenti eroi:
pseudofilantropi, democratici, il mio rispetto
avete per la vostra astuzia, vostro emblema,
perché infine davanti a una corte suprema,
al contrario di un tempo, tradirà l'indecenza,
e ne potrete fare solo tristi e biechi sfoggi,
sarete perfetti nel vostro ruolo di hoi-polloi.
P. G. Boccacci





