venerdì 17 giugno 2016

Woody Allen - Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*Ma non avete mai osato chiedere) (1972) Recensione di P. G. Boccacci



E se qualcuno vi promettesse attraverso un film, un libro – in generale attraverso un’opera dell’ingegno – di rivelarvi i segreti che stanno dietro un argomento ancora oggi spinoso come il sesso, vi dareste con fiducia cieca all’ascolto e/o alla visione?
Con il suo film del 1972, dal titolo lunghissimo preso da un saggio divulgativo del sessuologo statunitense David Reuben, Woody Allen, regista non più alle prime armi, ma ancora ben inserito nel suo primo periodo di cinema comico “classico”, sembrerebbe voler vestire i panni del maestro in campo sessuale, se si prendesse per buono il titolo, ma il suo intento è totalmente diverso e molto più terra terra. Vuole divertire. Divertire in maniera sana, come una buona mela, e intelligente, come il bambino diligente a cui viene data la mela.
L’opera è divisa in sette episodi tratti da altrettanti capitoli del saggio sopracitato. Si tratta di un alternarsi di sketch semiseri che fanno leva su battute che suscitano il riso per la loro spontaneità e a volte demenzialità. Non solo alla parola è affidato il compito di far ridere il pubblico, ma anche alle scene, ai volti degli attori, soprattutto quello di Allen, il quale recita in quattro spezzoni.
I sottoargomenti del macrotema sessuale sono: - gli afrodisiaci; - la sodomia; - l’orgasmo; - il travestitismo; - le perversioni sessuali; gli studi sul sesso; - l’eiaculazione. Prima di ogni scenetta compare su schermo nero una domanda – che poi è il titolo della scenetta stessa – alla quale Allen in veste di regista risponde attraverso una determinata storia. Il film gode di una certa uniformità a livello stilistico, ma i contesti cambiano, i personaggi anche, facendo sì che da semplice pellicola d’intrattenimento, essa si trasformi in un percorso storico-ambientale. Dalla corte medievale inglese del primo episodio all’Armenia (solo citata) del secondo, dagli Stati Uniti all’Italia (terzo episodio), Allen arriva al punto di coinvolgere addirittura l’interno del corpo umano maschile prima, durante e dopo l’atto sessuale nella geniale chiusura.
Per tutta la durata del film il regista (e interprete non proprio occasionale) porta avanti una satira di costume acuta e per niente scontata, basti pensare alla parodia del quiz “What’s My Line?” (“Qual è la mia frase?”) del quinto spezzone, intitolato “Cosa sono le perversioni sessuali”, in cui il programma cambia nome e diventa “Qual è la mia perversione?”. Non potevano mancare riferimenti alla cultura ebraica (alla quale il regista è legato), che appunto compare nel quinto episodio, con l’inserimento della figura del rabbino feticista. Sono molti i tratti squisitamente malsani che condiscono l’intreccio ed esilaranti sono i ruoli che Allen interpreta, specialmente quello dello spermatozoo ansioso, che attende di essere espulso dal corpo dopo anni di addestramento e che, spaventato all’idea del “buio fuori”, alla fine però, nel momento immediatamente precedente al salto nel vuoto, dice “che Dio me la mandi buona!”, invocazione che ha del comico se si pensa che il possessore del corpo, regolato internamente da omini, sta consumando un rapporto extra-matrimoniale con una donna invitata a cena.
“Quello che avreste voluto sapere sul sesso …” nella prima filmografia del regista newyorkese rappresenta un punto alto, un eccezionale esempio di comicità intelligente e allo stesso tempo abbordabile, che ha una marcia in più rispetto al passato e all’immediato futuro (“Il Dormiglione” e “Amore e guerra”). Da vedere assolutamente se siete fan di Allen, ma anche se volete approcciarvi alla sua immensa filmografia. Le risate sono assicurate.

sabato 11 giugno 2016

Peter Gabriel - Car (1976) Traduzione di P. G. Boccacci


TRACKLIST

1.      MORIBUND THE BURGERMEISTER
2.      SOLSBURY HILL
3.      MODERN LOVE
4.      EXCUSE ME
5.      HUMDRUM
6.      SLOWBURN
7.      WAITING FOR THE BIG ONE
8.      DOWN THE DOLCE VITA
9.      HERE COMES THE FLOOD


















1.      MORIBUND IL BURGERMEISTER

Mi sono imbattuto nel caos della piazza del mercato
Non so cosa, non so perché
Ma qualcosa non mi quadra laggiù
I loro corpi che si girano e rigirano in migliaia di modi
Gli occhi che ruotano intorno
In uno sguardo assente

Ah, guarda quella folla!
Alcuni saltano in aria
Dicono “Stiamo affogando in un torrente di sangue”
Altri che cadono in ginocchio
Alla vista di un salvatore che emerge dal fango

Oh, Madre, sta facendo fuori la mia anima
Sovvertendo l’ordine pubblico
Sto per perdere il controllo
Come posso fermare da solo questa peste che si diffonde a vista d’occhio?
Giusto uno sguardo e poi un fremito
E rabbrividiscono fino al midollo

Ah, guarda come vanno
Bunderschaft (Bunderschaft: tedesco), sei scemo?
Meglio bloccare i meandri del castello
“Questo è Moribund (Moribund: tedesco), il Burgermeister (Burgermeister: tedesco)
Terrò a bada questo mostro
Qualcuno ha inviato un elemento sovversivo
Lo cacceremo dalla città”
Nessuno ci dirà cos’è tutta questa storia
Ma io lo scoprirò …

È una cosa vergognosa, te lo dico senza presunzione
È davvero molto contagioso
Deve essere opera del demonio
Ora è meglio che tu vada, riunisci i pifferai e dì loro di suonare
Sembra che la musica li faccia stare zitti
Non c’è altro modo

Ah, chiudi le porte!
“Abbiamo provato con pozioni e bambole di cera
Ma nessuno di noi è riuscito a trovare una qualche cura”
Madre, per favore, è davvero un morbo
Che li ha colti mentre infrangevano tutte le mie leggi?
Controlla se puoi interrompere l’effetto
E sarò sulla pista giusta per scoprire la causa
Nessuno ci dirà cos’è tutta questa storia
Ma io lo scoprirò …

Madre, conosci tuo figlio
Quando dico che lo farò, lo farò
Proveranno dispiacere
Mi assicurerò che si pentano

2.      LA COLLINA DI SOLSBURY

Salendo sulla collina di Solsbury
Ho potuto vedere la luce della città
Il vento soffiava, il tempo era immobile
L’aquila è volata fuori dalla notte
Lui era qualcosa da osservare
Si è avvicinato, ho udito una voce
In piedi, stendendo ogni nervo
Ho dovuto ascoltare, non ho avuto scelta
Non ho creduto all’informazione
Ho dovuto solo fidarmi dell’immaginazione
Il mio cuore che faceva boom boom boom
“Figlio” mi ha detto lui “Afferra le tue cose
Sono venuto per portarti a casa”

A restare in silenzio mi sono rassegnato
I miei amici penserebbero che io sia uno svitato
A trasformare l’acqua in vino
Le porte aperte verrebbero presto chiuse
Dunque sono andato di giorno in giorno
Nonostante la mia vita fosse a un punto morto
Finché ho pensato a ciò che avevo detto
Quale connessione dovrei tagliare
Mi sentivo parte di uno scenario
Esco deciso dal macchinario
Il mio cuore che faceva boom boom boom
“Hey” mi ha detto lui “Afferra le tue cose
Sono venuto per portarti a casa”

Quando l’illusione fila la sua rete
Non sono mai dove voglio essere
E la libertà, lei piroetta
Quando penso di essere libero
Guardato da sagome vuote
Che chiudono gli occhi ma ancora non riescono a vedere
Nessuno ha insegnato loro le buone maniere
Mostrerò un altro me
Oggi non ho bisogno di un sostituto
Dirò loro il significato del sorriso che avevo in faccia
Il mio cuore che fa boom boom boom
“Hey” ho detto io “Potete tenervi le mie cose
Sono venuti a portarmi a casa”

3.      L’AMORE OGGIGIORNO

Hey, mi sento così sporco, tu sei così pulita
Basta che tu mi faccia fare un giretto nella tua lavatrice
Prendo il primo volo per Roma per incontrare la mia bella (my prima bella: fusione di inglese e spagnolo)
Lei mi abbandona sotto la pioggia con un ombrello telescopico
Oh, il dolore! L’amore oggigiorno può mettere a dura prova

Credevo che la mia Venere fosse intatta nel suo guscio
Ma le perle nella sua ostrica erano dannatamente appiccicose
Per Lady Godiva sono venuto in incognito
Ma il suo autista le aveva rubato il suo magnete rovente
Oh, il dolore! L’amore oggigiorno può mettere a dura prova

Non so perché loro mi lascino allo sbando
A portare avanti la ricerca
La situazione mi sta stressando
Mi compatiscono quando mostro così tanta passione
Il romanticismo è fuori moda
Non posso sopportare in alcun modo l’amore oggigiorno

Quindi prego Diana alla luce della luna
Quando tiro fuori il mio piffero lei strilla stonata
A Parigi mi si spezza il cuore quando vedo la Monna Lisa
Lei mi fa l’occhiolino, poi mi mostra il surgelatore
Oh, il dolore! L’amore oggigiorno può mettere a dura prova

4.      SCUSAMI

Scusami
Stai consumando la mia gioia di vivere (my joie de vie: fusione di inglese e francese)
Riagguantando quei begli anni
Voglio stare solo

Scusami
Non sono l’uomo che ero
Qualcun altro si è riappropriato di me
Voglio stare solo

Scusami, ti prego
Sto cercando Lost Angeles (gioco di parole nato dalla fusione di "lost" e di "Los Angeles")
Riassorbendo il peccato
Voglio stare solo

Hai riavuto il tuo denaro, è ok
Chi ha bisogno di una Cadillac comunque?
Io ho il rimedio per farti vedere la luce
Chiamami in Alaska se tutto va per il verso giusto

Scusami, ti prego
Sei rimasta nei miei ricordi
Rubando di nuovo souvenir
Voglio stare solo
Lasciami solo, voglio stare solo

5.      MONOTONIA

Ho visto il tizio al J.F.K.
Lui ha preso il tuo biglietto ieri
Nella monotonia

Guido il tandem con una sconosciuta
Le cose non vanno come le avevo programmate
Nella monotonia

Hey Valentina (Valentina: italiano), vuoi costringermi a implorare?
Mi hai cotto a puntino, sono un uovo sodo
Nella monotonia

Vuota la mia mente – trovo difficile sopportare
Ascolta il mio cuore – non ho bisogno di alcuno stetoscopio

Mi sembra che quella televisione
Che lei arrivi a incidermi un profondo taglio
Nella monotonia

Vuota la mia mente – trovo difficile sopportare
Ascolta il mio cuore – non ho bisogno di alcuno stetoscopio

Dalla donna venga fuori l’uomo
Spenda il resto della sua vita recuperando dove può
Come un arco, così una colomba
Come sotto, così sopra
Dal buco nero
Venga il girino
Con la sua oscura anima
Nel carbone lei bruci, lei bruci!

Mentre guidavo sotto il sole
Non osavo guardare dove avevo iniziato
Perso tra gli echi delle cose assenti
Guardando il suono che plasmava forme nell’aria
Dalla stella bianca
Venne la cicatrice chiara
La nostra ameba
Mio bell’amore (my little liebe schoen: fusione di inglese e tedesco)

6.      A COMBUSTIONE LENTA

Siamo attori caratteristi da “La Torre di Babele”
Sbigottiti, stremati, a malapena capaci
Di sederci a cavalcioni sulla corda per funamboli
È dura stare in equilibrio, un po’ instabili

Attraverso occhi guasti e lenti a contatto
Ti ho guardata tirar fuori i tuoi tempi verbali
Vedo baci infiammati soffiati fuori dalle tue labbra
Sei tornata per raccontarmi la tua Apocalisse

Non mi fraintendere, sarò forte
Quando il tramonto a combustione lenta comparirà
Devi rimanere la notte
Devo pensare che potrai

Abbiamo testato una manciata di conti e una manciata di pillole
Abbiamo provato a fare film da una pila di fotogrammi
Ma le parole sono cadute come chicchi di grandine, rimbalzando ai nostri piedi
Coprendo i nostri sentimenti di uno strato ghiacciato

Un’occasione per muoversi, faccio un tentativo
Io mi raffreddo, tu ti scaldi
Guardiamo fuori, distesi e svegli
Vediamo uccelli che rompono la superficie su un lago silente

Ma non fraintendermi, sarò forte
Quando tornerò dall’Isola di Avalon
Non fraintendermi, sarò forte
Quando il tramonto a combustione lenta comparirà
Devi rimanere la notte
Devo pensare che potrai

Non provare a farla facile, ti ridimensionerà
Cara, dobbiamo avere fiducia in qualcosa
Stiamo abbattendo i nostri cieli
Abbattendo (abbattendo) i nostri cieli

7.      ASPETTANDO IL PEZZO FORTE

Il vino è tutto bevuto e così io
Qui con i plebei (hoi-poloi: termine di origine greca presente nel vocabolario inglese), non chiedetemi perché
Stiamo celebrando, anticipando la fine dell’anno
Tutti vengono, tutti qui
Bene, più o meno
Alcuni già nei guai
Suppongo che stiano aspettando il pezzo forte

Mi domando perché io senta così freddo
Come sono arrivato così lontano?
Non ho denaro, non ho una macchina
Prego che la neve smetta, è un male se attacca
Come dice il tizio
Sicuro, spero che Mosè conosca le sue rose
O noialtri, tutti, dovremo aspettare il pezzo forte

Un tempo ero il credito per la mia carta di credito
Ho speso ciò che non avevo, non è stato difficile
Nessuna fiducia nel giudizio, né nel denaro
Un giorno mi ritroverò come un’ape alla ricerca del miele
Ma nel frattempo
Mi divertirò un po’
Aspettando il pezzo forte

Uno, troppi, dove va l’ego vado anch’io
Alla ricerca della cosa reale
Non ha origine da ciò che faccio
Nessuna comunicazione reale ha origine dal mio volto
Sto cominciando a pensare che io sia solo fuori posto
Non entrerò nei particolari, voglio farmi una dormita
Per essere pronto per il pezzo forte

8.      AL “DOLCE VITA”

“Hey Mac, ci vediamo al Dolce Vita (Dolce Vita: italiano)!”
“Torna indietro, non abbiamo tempo
Perché sento che dobbiamo inviare gli eroi
Quando l’anno passerà, loro saranno nella baia
 A cercare di trovare un modo di resuscitarlo”

“Addio” dissero i quattro uomini alle loro famiglie
“Siate forti finché non torneremo a casa
In caso contrario prendetevi cura di tutti i bambini
Fino ad allora sperate e pregate
Troveremo un modo di resuscitarlo”

“Voi ragazzi siete pazzi!”

Loro gridano e poi abbandonano il porto
Pieni di dubbio, si comportano in modo strano
E il mare sta improvvisando un benvenuto
Se l’inferno giunge siamo tutte facili prede
Mentre cerchiamo di trovare un modo di resuscitarlo”

“Voi ragazzi siete pazzi”

La mano del capitano si agitò
Affinché i ragazzi si posizionassero
Lui disse “Guardate dietro alle vostre facce”
Coperto ogni angolo, loro erano tutti in cerchio
In attesa che la campana di mezzanotte risuonasse

“Fuori dal campo visivo” gridò Aeron attraverso gli occhiali
“Non combattete” disse il sorriso di Gorham
Intanto la sua mano era sulla mia spalla
Avevo paura di essere una preda facile
Mentre cercavo di trovare il modo di resuscitarlo

(Non sarò una facile preda mentre cerco di trovare un modo di resuscitarlo)

9.      VIENE GIU’ IL DILUVIO

Quando la notte si affaccia
I segnali si intensificano sulle radio
Tutte le cose strane vengono e vanno
Come avvertimenti anticipati
Stelle marine spiaggiate non hanno posto dove nascondersi
Ancora in attesa della gonfia marea di Pasqua
L’indicazione non ha alcun senso
Non possiamo nemmeno scegliere un lato

Ho preso la vecchia strada
Il fianco scavato attraverso le acque
Sulle alte scogliere
Stavano invecchiando, i figli e le figlie
Il sottosuolo disincantato si stava innalzando
Onde di acciaio vomitarono metallo verso il cielo
E quando l’artiglio affondò nella nuvola
La pioggia era calda e inzuppò la folla

Signore! Viene giù il diluvio
Diremo addio alla carne e al sangue
Se i mari torneranno calmi
In ogni sopravvissuto
Toccherà a coloro che hanno dato la loro isola per sopravvivere
Bevete, sognatori, vi state prosciugando

Quando il diluvio chiama
Non avete casa, non avete mura
Nello schianto del tuono
Siete un migliaio di menti in un attimo
Non abbiate paura di piangere per ciò che vedete
Gli attori se ne sono andati, ci siamo solo io e te
E se noi usciremo prima dell’alba
Loro abuseranno di ciò che eravamo

Signore! Viene giù il diluvio
Diremo addio alla carne e al sangue
Se i mari torneranno calmi
In ogni sopravvissuto
Toccherà a coloro che hanno dato la loro isola per sopravvivere
Bevete, sognatori, vi state prosciugando

PS. LE ESPRESSIONI SOTTOLINEATE NEL TESTO ORIGINALE SONO DI VARIA ORIGINE LINGUISTICA. LA LINGUA PRINCIPALE DI PETER GABRIEL E' L'INGLESE, MA IN QUESTO ALBUM SONO PRESENTI MOLTE CURIOSE INCURSIONI LINGUISTICHE (FRANCESE, ITALIANO, TEDESCO, SPAGNOLO). E' INCLUSO ANCHE UN GIOCO DI PAROLE NELLA LINGUA MADRE DELL'AUTORE

giovedì 2 giugno 2016

The Rolling Stones - Tumbling Dice (1972) Recensione di P.G. Boccacci



(Scritta il 03/06/2016)

Premetto che non c’è brano tratto da “Exile on Main St.” che non sia coinvolgente, energico e macho, ma “Tumbling Dice” è quello che mi colpisce sempre più nel profondo, che mi fa rilasciare endorfine come nessun altro. Tutto di questa canzone è perfetto, dai cori alla voce sgraziata di Mr. Mick Jagger, artista per il quale vado matto fin da bambino, quando, nonostante fosse ancora sopito in me l’interesse per la musica, mi innamorai di “Streets of Love” e di “Rain Fall Down”, singoli provenienti dall’ultimo album in studio del 2005 delle Rocce Rotolanti, “A Bigger Bang”, con relativi video. Subito l’istrionismo di Jagger si impadronì di me e Mick conquistò il mio favore. Anni dopo, quando cominciai a esplorare i vari ambiti della musica rock, non potei fare a meno di riappropriarmi di quell’immagine mai morta nella mia mente, di Mick Jagger, corpo magro, volto scavato, che emetteva dai suoi labbroni delle parole caricate di un erotismo esagerato. Non ci crederete, ma ho conosciuto “(I Can’t Get No) Satisfaction” solo a quindici anni, quando mi sono ricordato degli Stones e ho iniziato ad ascoltarli meglio. Col tempo è cresciuto il mio interesse e apprezzamento verso gli altri membri della band che per me fino ad allora erano sempre rimasti sullo sfondo. La chitarra sverginatrice di Keith Richards, la batteria metronomica di Charlie Watts “il Taciturno”, gli innumerevoli strumenti del Principe azzurro biondo, il satiro Brian Jones, e il meno appariscente Bill Wyman al basso.
Nel 1972, anno di “Exile on Main St.”, Brian è già “long gone” e la band inglese, a cui è riconosciuto il merito di aver coniugato per prima il blues tipico degli afroamericani con il rock n’roll – con l’aggiunta di una sensibilità propriamente britannica –, si trova nei guai nel proprio paese di origine, a causa della montagna di tasse arretrate che i cinque musicisti pensavano fossero già state pagate da chi di dovere. Mick Jagger & Co sono costretti a fuggire nel vero senso della parola. Si rifugeranno in Francia, a Nizza, dove vivranno di lussi sfrenati nella villa di Keith, mentre sfornano canzoni destinate al nuovo album. Lo scopo della band è di guadagnare grazie al nuovo album abbastanza soldi per pagare le tasse, ma è la passione l’origine e il fine principali. Gli Stones non sarebbero sopravvissuti a quell’inferno finanziario se non grazie alla musica, alla loro vera dimensione. “Exile” è di conseguenza forse il lavoro più vero della band, che, all’uscita, otterrà un successo inquantificabile, ma che riceverà comunque pesanti critiche sia dagli habitué, dai fan old style, sia dalla fetta conservatrice della critica. Gli Stones riescono a superare il disagio economico grazie alle vendite del disco, pubblicato per la loro etichetta indipendente, The Rolling Stones Records, fondata due anni prima. Si tratta del secondo disco della band rilasciato dalla neonata etichetta (il primo era stato “Sticky Fingers”). Nel 1971 era stato anche dato alle stampe, postumo, l’album collaborativo di Brian Jones e dei Master Musicians of Jajouka, complesso di musicisti del Marocco, “Brian Jones Presents The Pipes Of Pan At Joujouka”, considerato tra i primi esempi di world music.
“Tumbling Dice”, quinta canzone in scaletta da “Exile”, è quanto di meglio un amante del rock possa ascoltare. Oltre ai classici strumenti intervengono con decisione pianoforte (suonato da Nicky Hopkins), sassofono (padroneggiato da Bobby Keys) e tromba (Jim Price). Il risultato è una perfetta unione di suggestioni jazzistiche e blues rock tipico della band. Al basso, al posto di Wyman, c’è Mick Taylor, che gioca con maestria anche dietro la chitarra slide. La batteria che si sente all’inizio e alla fine del brano è suonata da Jimmy Miller. Poche band risultano così affiatate, con il contributo di tutti (e di più). Si può paragonare “Exile” nel suo complesso a “The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle” di Bruce Springsteen e la E Street Band, che arriverà sul mercato un anno dopo. L’energia sprigionata da ogni singolo musicista in entrambi i casi è notevole e unica.
Il testo di “Tumbling Dice” parla in generale di un giocatore d’azzardo incapace di restare fedele a una sola donna per volta. L’ispirazione venne a Jagger un giorno, quando, come racconta lui stesso, stava giocando a dadi con la governante, la quale era davvero esperta e appassionata del gioco, a tal punto da insegnare a Mick le regole di esso. Il testo poi fu scritto sulla base della musica, partendo dal riff che Richards aveva sviluppato al piano di sopra della villa. In piena tradizione blues Mick canta di amore e di scommesse, con la spregiudicatezza tipica del genere unita a un inserto corale che può richiamare alla mente i canti gospel.
“Tumbling Dice” è la sintesi perfetta del sound dei Rolling Stones anno ’72, i quali si trovano in un periodo di piena felicità creativa, a dispetto dei problemi finanziari, anzi, forse proprio per questo. C’è la passione, c’è il rock n’roll. I Rolling Stones hanno tirato i dadi e hanno vinto il piatto.

Fabrizio De André - Volume 8 (1975) Recensione di P.G. Boccacci



(Scritta il 02/06/2016)

Una bottiglia d’acqua scolata a metà, una radio accesa, un cd che gira, un ragazzo sul letto che per sette volte si è alzato ad aprire lo sportelletto per cambiare disco. Hic et nunc … “Volume 8”. Dopo il sette c’è l’otto, no? Il sette è il numero perfetto o magico o chissenefrega. Allora perché mi sono alzato per l’ottava volta con l’intenzione di cambiare disco? Per completare il percorso.
La carriera di De André può essere divisa in due macrosequenze: la prima (1967 – 1975), cantautoriale; la seconda (1978 – 1996), quella più “sperimentale”, più musicale, meno incentrata sul testo in sé, ma sulla lingua e sulla musicalità di essa. Questa notte ho deciso di passarla con chitarra e voce nelle orecchie, una voce cupa ma paterna a farmi compagnia. Ora che si avvicina alla fine questo mio percorso d’ascolto, penso a quante volte io abbia ascoltato questo album nello specifico, questo ottavo volume che chiude idealmente un periodo, un’era. In macchina, a casa – su pc o alla radio comprata giorni fa –: ovunque mi fosse possibile. Nonostante sia considerato un disco minore e in effetti non sia il migliore dell’artista genovese, sono molto legato ad esso. È qui che De André sembra più triste e malinconico che mai. Non proprio depresso, ma malinconico, profondamente immerso nel ricordo di qualcosa che è stato, è, ma che di lì a poco non sarebbe stato. “Volume 8” è un album unitario, eppure Faber divide il lavoro con Francesco De Gregori, suo illustre collega, che nel gennaio di quello stesso anno (1975) aveva pubblicato “Rimmel”, considerato all’unanimità come il suo capolavoro. Le menti dei due cantautori sono perfettamente in sintonia, c’è una sinergia magica, unica. Nel disco non mancano le cover. In verità ce n’è solo una qua: “Nancy” di Leonard Cohen, continuo punto di riferimento di Fabrizio. Nel disco precedente quest’ultimo aveva già italianizzato un altro pezzo dello chansonnier canadese, il suo più famoso, sempre dedicato a una figura femminile: “Suzanne”. Entrambe le versioni dei brani di Cohen fatte da De André non possono non commuovere, soprattutto “Nancy”; scommetto che una lacrima su qualsiasi viso sia scesa e che i brividi lungo qualsiasi schiena siano corsi nell’udire frasi come “Un po’ di tempo fa col telefono rotto cercò dal terzo piano la sua serenità” oppure “Si innamorò di tutti noi, non proprio di qualcuno, non solo di qualcuno”.
Splendide e perfette a livello musicale/testuale “La cattiva strada” e “Giugno ‘73”, toccante e personale “Canzone per l’estate”. “Il respiro del cane che dormiva” fa chiudere gli occhi e immaginare, e “gli occhiali che tra un po’ dovrai cambiare” ti fanno pensare a qualcosa di quotidiano, di molto semplice e preciso, quasi inutile da dire. E la domanda del ritornello spiazza chiunque “com’è che non riesci più a volare?”. Tutti dobbiamo fare i conti con la nostra staticità, con la nostra lenta decadenza. Chi non ha vissuto il “francescanesimo a puntate”? Chi è che riesce ad essere veramente fedele a sé stesso e nella ricerca essere coerente con il proprio sentire? Una denuncia delicata eppure radicale al borghese medio che si crea il proprio mondo attraverso ciò che possiede e, nonostante questo, non riesce a trovare la propria dimensione. Secondo me, in molte parti, De André Senior parla di sé stesso e della sua incapacità di uscire dalla propria condizione di “figlio di papà”, con un’autoironia invidiabile.
A chiudere il disco c’è forse il pezzo più inquietante e autobiografico del cantautore genovese, “Amico fragile”, che lo stesso autore riconosceva come il suo più riuscito. Scritto durante una sbornia, libero da blocchi e da freni, ma con la sua solita vena ironica e un registro abbastanza alto, De André, in “Amico fragile”, riprende musicalmente il già citato Cohen (“Avalanche”). Fabrizio canta e suona il suo congedo, il suo rifiuto, e alla fine del pezzo dice, anche con un po’ di spocchia autoreferenziale “E mai che mi sia venuto in mente di essere più ubriaco di voi”. Però, a pensarci bene, non è poi così paracula come cosa. Alla fine lui voleva solo “legittimare” la sua confessione, dichiarando la sua completa sincerità e il pieno possesso delle facoltà mentali nel momento della scrittura.
“Amico fragile” (e quindi "Volume 8") chiude il primo periodo della carriera di De André, il quale sa di dover cambiare strada e di smettere i panni del cantastorie “classico”. Inizialmente (“Rimini” e “L’Indiano”) andrà un po’ a testoni, ma poi si affermerà con un capolavoro unico nel suo genere, riconosciuto anche all’estero per la sua originalità, “Creuza de Ma” dell’ ’84, completamente scritto in genovese.
È appena finito “Volume 8” e mi accingo a scolarmi l’altra metà della bottiglia d’acqua. A ciascuno il suo, no? Guardo il lato positivo: non sarò mai più ubriaco di nessuno.

PS. Mi sono scordato di citare "Giovanna D'Arco" (cover italianizzata di "Joan of Arc", sempre di Cohen)