martedì 10 marzo 2020

Chi ha paura del Coronavirus?



di Paolo Gabriel Boccacci

Chi ha paura del coronavirus? Me lo sono chiesto guardandomi allo specchio. Ho visto solo il mio viso, i miei occhi che mi restituivano lo sguardo. Non ho trovato una risposta.
     Chi ha paura del coronavirus? Me lo sono chiesto mentre correggevo la posizione dello specchietto retrovisore. Ho visto solo una macchina pronta al sorpasso. Non ho trovato una risposta.
     Chi ha paura del coronavirus? Me lo sono chiesto mentre fissavo una vetrina. Ho visto solo me stesso nell’atto di sistemarmi il diavolo per capello in testa. Non ho trovato una risposta.
     Chi non ha paura del coronavirus? Guardavo il telegiornale, con i bulbi assenti, le membra stanche, ma altrettanto stanco nel cervello per tutte quelle notizie che contenevano tutto e non contenevano niente. Nessun messaggio rassicurante, nessun messaggio allarmante.
     Chi non ha paura del coronavirus? Ascoltavo la musica, dal mio computer, il programma aperto, ma altrettanto aperta era la finestra sul mondo dalla quale in questi giorni sono costretto ad affacciarmi, per condividere con tutti e ognuno lo stesso disagio.
     Chi non ha paura del coronavirus? Masticavo la piadina, scaldata sulla piastra, la noia al mio fianco, ma altrettanto annoiato era il cielo fuori, striato giusto da qualche nuvola, con un sole pigro attraverso le tende che sembrava prendermi in giro.

     Non credo che importi se qualcuno abbia paura del coronavirus o meno. C’è chi dice che è un virus come un altro, un’influenza come un’altra; c’è chi dice che neanche la peste del Manzoni era così violenta e implacabile. C’è chi dice che basta una Tachipirina, c’è chi si affretta verso il primo ospedale per il primo tampone disponibile. C’è chi si chiude in casa, e chi rimane dell’idea che rimanere tra le mura domestiche sia insensato, e quindi esce, come se niente fosse.
     Come decidere se uno dei due abbia paura e l’altro no? E poi cosa importa?
Piuttosto, a me, importano le file al supermercato, e le corsie svaligiate neanche fosse periodo di saldi. Mi importano le file in farmacia, il metro/i due metri di distanza da rispettare; mi importano i prezzi della benzina che, all’improvviso, si abbassano, quando uno ha pregato tutta la vita che lo facessero, e non ha mai trovato soddisfazione – non prima di questo coronavirus (!).

     Che poi, perché corona? Corona forse i nostri fallimenti, le nostre vane corse? Corona forse il nostro ego, e la nostra ipocrita ricerca di una redenzione? Lo chiamano così anche gli inglesi. Mica “crownedvirus”! Non può, quindi, avere a che fare con delle teste coronate, con delle eminenze! Non può essere il re o la regina dei virus!
     Eppure c’è gente che si mette in fila fuori dalla farmacia, che si chiude poi nelle proprie case, si lava le mani per la prima volta nella vita. Come se il coronavirus avesse ridestato il nostro istinto di sopravvivenza!? La prospettiva di un attentato di stampo jihadista, o un conflitto Russia-USA che ci cogliesse impreparati nelle strade, non ci ha mai spaventato a tal punto da costruire un bunker, da noleggiarci un atollo, da chiuderci nel garage. Neanche l’ebola, venuta dall’Africa, ci ha spaventato a un livello tale! Ci hanno spaventato, e ci spaventano ancora, i disperati nei barconi, ma, a mia memoria, non c’era un clima apocalittico quando, 5-6 anni fa, l’ebola ci ha bussato alla porta, ed è come se ci avesse detto “Guardate, che non siete così immuni, non siete così protetti!”.
     Eppure per l’ebola, ad oggi, non si è ancora trovato un vaccino, e chi lo contrae prova delle sofferenze atroci, le ripercussioni sono davvero da film horror: il sistema immunitario dà forfait, quando espelli, espelli sangue da qualunque buco, hai le vertigini, la febbre a livelli non stratosferici: peggio!
     Nonostante tutto questo, il coronavirus, che, ok diciamo non sia uguale a una comune influenza, ma ha tutte queste ripercussioni, è superabile, non ti ammazza per forza: insomma, non devi prenotare la bara all’agenzia funebre sotto casa! Gli scienziati stanno cercando un vaccino, ma fondamentalmente chi è già positivo al virus, a meno che non abbia gravi patologie, o vada per gli ottanta, ha una buona possibilità di guarire senza particolari iniezioni o trattamenti.

     Come mai, quindi, tutta questa psicosi di massa? Sono forse i cinesi a darci fastidio, o a terrorizzarci? È forse l’idea che il virus si sia protratto per chilometri e chilometri, come a dire “La Cina era lontana … eppure questo, eppure quello, ecc”? Anche l’ebola veniva da lontano: dagli Stati meridionali dell’Africa. 
     Sono forse i giornalisti, che fomentano, che sensazionalizzano, che non ci hanno dato pace fin da subito, ci hanno colto di sorpresa come una blitzkrieg … bop!? Non è più il 1945, delle bombe nucleari; non è neanche più il ‘77, dell’esplosione del punk. Cos’è che ci atterrisce tanto del coronavirus?
     Forse, più che mai, ci rendiamo conto che il nostro tentativo, annoso, di mettere insieme il nostro genetico campanilismo, e le istanze legate alla globalizzazione, è stato fallimentare. Forse temiamo per il primo dei due – il campanilismo –, temiamo che possa risentirne, che possiamo renderci conto di essere esposti. Temiamo, inconsciamente o meno, di morire come i topi, di essere abbandonati a noi stessi, e che quindi neanche la globalizzazione serva a qualcosa.
     Siamo noi ora il pericolo per il mondo. Siamo noi il pericolo per la nostra cara Italia. Con l’ebola, avevamo una sicurezza: quella che erano, comunque, i neri i responsabili. Sembra, invece, che, in questa occasione, i cinesi siano vittime quanto noi – come infatti sono –, e, seppure il nostro campanilismo, condito di razzismo, sia presente in molti, la pietà in qualche modo prevale.

     Chi ha paura del coronavirus? Fondamentalmente tutti. Fondamentalmente nessuno. Più del coronavirus ci fa paura l’idea di essere i responsabili, di essere i capri espiatori, di non essere perfetti, e quindi non poter essere più campanilistici, e ci rendiamo conto di trovarci costretti all’isolamento, e alla mesta rimpatriata.

lunedì 5 agosto 2019

UNA recensione su "KRONOMAKIA"

UNA recensione su "KRONOMAKIA"
Spettacolo di Micrologus/Daniele Sepe
di Paolo Gabriel Boccacci


     Il 28 luglio scorso, il festival UniversoAssisi si è concluso, alle 22:00, con uno show all’insegna della fusione tra mondi musicali diversi: jazz e rock sposati, più o meno sinergicamente, alle ballate medievali (ma non solo!), lette, a tal guisa, in chiave moderna.

     Causa pioggia, lo spettacolo, intitolato “KRONOMAKIA” (“battaglia del tempo”), tenuto dai Micrologus e dal sassofonista Daniele Sepe, è stato spostato dalla location prevista, della Basilica Superiore di S. Francesco, al Teatro Lyrick (interno).


     L’incontro/scontro volutamente evocato, cercato in maniera autoironica, tra generi apparentemente tanto distanti, a livello temporale, ha, invece, dimostrato quanto l’idea, che si ha di entrambi, sia riduttiva, se non erronea: la concezione di musica popolare e, congiuntamente, di musica colta è stata messa in discussione, il divario è risultato, fortunatamente, poco convincente, perché la canzone medievale, tanto quanto il jazz – effuso da Daniele Sepe, che, in questo senso, non ha fatto davvero prigionieri –, ha vissuto con coerenza, grazie agli strumenti, resi dinamici dall’ensemble assisano, la propria contraddizione, proprio attraverso la simbiosi.


     Si sono alternate tarantelle, tammuriate, saltarelli e danze medievali, ma c’è stato spazio anche per due cover di brani illustri dell’immaginario pop-rock degli ultimi cinquant’anni (o poco più): “Stayin’ Alive” dei Bee Gees e “Norwegian Wood (This Bird Has Flown)” dei Quattro di Liverpool.
     Ma ecco la parte dolente: laddove il repertorio di stampo medievale è stato sapientemente valorizzato dall’ensemble, supportato dall’ugola di Patrizia Bovi, che ha, nel bene o nel male, confermato la sua spiccata tecnica vocale, le due cover hanno lasciato un po’ al caso, soprattutto quella di “Stayin’ Alive”, guastata da una dizione, sempre della Bovi, in questo caso vaneggiante: a chi scrive è sembrato che qualcuno stesse cantando, il più memorabile dei pezzi disco, in un giapponese caricaturale. E si trattava di un riadattamento, del classico anglofono, in latino!

     Relativamente alla cantante/arpista di cui sopra, sicuramente dotata di un timbro all’altezza delle composizioni medievali, va detto che la sua esibizione, seppur impeccabile (finché si è tenuta fuori dal Novecento pop), è risultata piuttosto fredda, svuotata di quel carisma che, se posseduto da un artista, e da questi ben calibrato, risulta essere la chiave di volta durante un’esperienza dal vivo. 
     Se gli strumentisti hanno saputo rapire, in diversi frangenti, l’uditorio, attraverso dei suggestivi voli sonori, la frontwoman della serata ha, essenzialmente, quod valde dolendum, dato l’impressione, quantomeno a chi scrive, di saper fare il “compito", e nulla più.

     Da segnalare, come fattore positivo, la sezione ritmica di Davide Afzal (basso), di Paolo Forlini (batteria) e di Enea Sorini (voce, salterio e percussioni), senza nulla togliere ai restanti musicisti.


     Un concerto, durato quasi due ore, che ha saputo dare molto attraverso il rifiuto di una seriosità “classicista”, alla quale si è preferito un taglio decisamente ironico. Musicisti in forma, vocalist anche, ma – quest’ultima – poco comunicativa. L’arpa ha compensato.

lunedì 29 luglio 2019

Oh Tzigano dall'aria triste e passionata ...

OH TZIGANO DALL'ARIA TRISTE E PASSIONATA ...
Recensione sul terzo episodio, "PITTURA" della tre-giorni su Pier Paolo Pasolini
"PPP Vita attraverso Parola/Persona/Pittura"
di Paolo Gabriel Boccacci



Nel quadro della terza edizione del Festival UniversoAssisi, luglio 2019, il Piccolo Teatro degli Instabili, fulgida realtà culturale e aggregativa di Assisi, piccola grande istituzione nel novero dei Luoghi dell’Umbria (contrapposti ai non-luoghi tristemente diffusi, su tutta la Penisola, e al di fuori), attorno ai quali gravitano menti e cuori, giovani nell’essenza, e non necessariamente secondo l’anagrafe, ha svolto un ruolo chiave nella maturazione di progetti, entrati, con tutti gli onori, nel calendario della manifestazione annuale che, più di tutte, fa uscire la Città del Santo Patrono d’Italia dal suo stato di minorità mediatico-culturale.
     E ha svolto un tale ruolo attraverso una coraggiosa programmazione, che ha previsto un ciclo di tre spettacoli, pensati da Fulvia Angeletti, gestrice del Teatro stesso, dedicati alla, tanto controversa quanto affascinante, figura di Pier Paolo Pasolini (1922-1975), intellettuale e uomo veramente moderno, pur nel suo dichiarato attaccamento a valori tradizionali.

         
    Tre le inquadrature riservate al personaggio privato e pubblico che Pasolini ha incarnato, e continua a incarnare; tre le serate impregnate dello spirito poetico e umano di un artista che, di poesia visiva e concettuale, ha vestito la sua esistenza, con una tale coerenza e acutezza da risultare, ancora oggi, un esempio di “homo renovatus” (e non di “homo novus”, come diversi lo avevano, semplicisticamente, etichettato negli anni Sessanta), che vive il proprio tempo, ma che sogna un passato futuribile.
   
     I
l presupposto dal quale parte la tre-giorni (21, 23 e 26 Luglio) di “PPP Vita attraverso Parola/Persona/Pittura” è il profondo legame che l’intellettuale bolognese, di ascendenza friulana (da parte di madre), ebbe con la città di Assisi, soprattutto nel periodo della realizzazione de “Il Vangelo secondo Matteo”; e a questo legame, fattivamente, è stato dedicato il primo spettacolo, incorniciato negli spazi della Rocca Minore e interpretato dall’attore Lino Musella.
     Le corrispondenze epistolari dell’intellettuale, da Bologna e da Casarsa, con i suoi colleghi e amici, sature di amore per la vita, hanno modellato il secondo spettacolo (del 23), organizzato in una suggestiva location nel centro storico di Assisi, denominata per l’occasione “Cortile Pasolini”, in via San Gregorio N. 4. La presenza di un’altra “guest star”, l’attrice Elena Bucci, coadiuvata dalla violoncellista canadese Julia Kent e da un coro tutto al femminile, ha dato un peso maggiore alla rievocazione.
         
    Il ciclo si è chiuso, significativamente, con una rappresentazione che ha inteso, ed è riuscita a, riprodurre l’iconico immaginario del Pasolini scrittore, ma soprattutto regista.
     22:45, esterno, notte. Dagli spalti dello Stadio degli Ulivi, il pubblico osserva, in un clima di assoluta intimità nel grande spazio, gli allievi/performers del Piccolo Teatro degli Instabili avvicendarsi, trasformarsi scena dopo scena, in un crescendo di emozioni, profuse e esibite in maniera non sensazionalistica, ma con la semplicità dei personaggi di Pasolini, rei convinti o presunti in un mondo schiacciante.
     Vengono citati, attraverso la mise en scene, “Accattone”, “Mamma Roma”, “La Ricotta” e “Uccellacci Uccellini”. La voce di Joselito, cantante bambino, che intona “Violino Tzigano”, si riavvolge su sé stessa, come in loop, mentre si alternano ragazzi di vita, prostitute e avventori di bar. La Magnani riecheggia fiera, e appassionata, nel suo stornello, e la più grande tragicommedia – la vita – diventa protagonista.
         
     Un po’ più tardi delle 22:45, esterno, notte. Il pubblico scende dagli spalti per raggiungere il campo da calcio sottostante, e, come in un rito collettivo, si avvicina fisicamente e mentalmente a un nuovo set, che vede l’attore Francesco “Bolo” Rossini interpretare Pasolini stesso. La voce di quest’ultimo, registrata, riempie la distesa erbosa, e suona tanto antica quanto familiare, a un’audience composta da “persone”, da uomini e donne accomunati dallo stesso fardello e dallo stesso bisogno d’amore e dalla stessa fame di vita.

     Per tutto il tempo, in entrambi i “set”, il pianoforte e gli effetti elettronici del compositore Ramberto Ciammarughi, orgoglio assisano, e cuore pulsante della serata, hanno trasportato gli spettatori in un mondo sonoro fatto di nostalgia, ma anche di speranza, popolato di spiriti bramosi di uscire, e di rivivere. Le suggestioni da lui create, attraverso toni a tratti delicati, a tratti drammatici, senza risultare enfatici, hanno posato sullo strato visivo, preesistente e coesistente, un ulteriore strato di magia e di tensione alla vita.
    
    Tanti i collaboratori, tanto il calore e il lavoro svolto, per dare vita a una rievocazione inedita, a un tributo onesto, a uno degli autori novecenteschi più impattanti, e intensamente partecipi del proprio tempo, e di quello futuro: come disse Alberto Moravia al funerale di PPP, “Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro in un secolo”.

domenica 28 luglio 2019

Una discoteca labirinto 2.0, all'aperto


UNA DISCOTECA LABIRINTO 2.0, ALL'APERTO
Recensione sul concerto dei Subsonica alla Lyrick Summer Arena, Assisi
di Paolo Gabriel Boccacci



     Alla Lyrick Summer Arena di Assisi – spazio esterno, attiguo al Teatro omonimo –, il 23 Luglio 2019 si è consumata, per la gioia degli astanti, che hanno contribuito alla sua buona realizzazione, una celebrazione – tra suoni e paroledella vita e delle sue contraddizioni, che, nonostante risultino, secondo l’accezione comune, apparentemente controproducenti, in realtà fanno della vita stessa ciò che è, e deve essere: a tratti alchimia di elementi, a tratti dicotomia. Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.
     A dare, con umiltà, una tale lezione sono stati i Subsonica, in grande spolvero, attraverso la loro usuale verve, non epurata dal, pur sempre presente, impegno: canzoni che parlano di ieri, di oggi e di domani, ma lo fanno con spigliatezza, con la gioia della consapevolezza che si può cambiare: ci si può trasformare.

          I Subsonica hanno pubblicato, nell’ottobre dell’anno scorso, la loro ultima fatica, a quattro anni di distanza dalla precedente, che non aveva dato loro il successo sperato, probabilmente in ragione di una caduta di stile. E il concerto ad Assisi fa parte, in mezzo a una vasta serie di date, del tour attinente, a supporto di “8”, ottavo album di studio, nel quale la band sembra tornare alle origini, e vi riesce non malaccio.
          Il concerto, diviso in due set, dà il dovuto spazio alle nuove canzoni, ma, con ancora più coerenza, concettuale e temporale, Samuel & Co si riallacciano al loro lavoro più rappresentativo, “Microchip Emozionale” del ’99, che ha permesso loro, venti anni orsono, di entrare sottopelle in una fetta di pubblico italiano, che sente ancora cari, nel proprio cuore, brani immortali come “Tutti i miei sbagli” (in realtà portato a Sanremo nel 2000, scritto proprio per quell’occasione, ed edito nella seconda stampa dell’album), “Colpo di pistola”, “Aurora sogna” e “Disco labirinto” (che, “back in the day”, vedeva coinvolti i buoni vecchi Bluvertigo, altra realtà italiana illustre negli anni Novanta).
          Il concerto inizia alle 22:15 circa, leggermente in ritardo sull’orario fissato, ma poco male: Samuel (voce), Max (chitarra), Vicio (basso), Boosta (tastiere), Ninja (batteria) fanno il loro ingresso trionfale e subito fanno saltare il pubblico con 1) “Bottiglie Rotte”, 2) “Disco Labirinto”, 3) “Up Patriots to Arms” (classicone di Mr. Franco Battiato). Bastano queste tre canzoni per immergere il pubblico, già a questo predisposto, nell’“universo Subsonica”.
     Il calore è palpabile, si canta a squarciagola, e non ci si ferma quasi mai, se non per ascoltare alcune introduzioni, di Samuel, ai pezzi più accorati.
          Il primo set si chiude con “L’incredibile performance di un uomo morto” (in cui non viene coinvolto nessun uomo morto che dà la sua incredibile performance), un lento che vira verso lo struggente; una breve pausa e poi si ricomincia, con la band che continua, intelligentemente, ad alternare brani “vecchi” e nuovi. Il bis è costituito dalla sopracitata “Tutti i miei sbagli” e da “Strade”. Per tutto il concerto, la presenza delle proiezioni su schermo, e le luci, rappresentano una scelta importante, tanto che, nel finale di “Strade”, la parola del titolo, a livello visivo, crea volutamente un’ambiguità, con l’anagrammaDestra”.
    
     Un concentrato di divertimento, uno sfogo collettivo: questa l’esibizione della band torinese, sotto il cielo di Assisi, città fin troppo obbediente a certi preconcetti e a una certa indolenza durante il suo canonico corso, che, per fortuna, ogni tanto viene interrotto da manifestazioni di gioia, e segnali di vita (cit.). I Subsonica stessi parlano della disobbedienza come modo principe per il cambiamento. E forse anche Assisi può scuotere via la polvere. Come direbbe Galilei: “Eppur si muove!”.

lunedì 13 maggio 2019

John Stewart - She Believes In Me TRADUZIONE


Traduzione di P. G. Boccacci

Lei crede che le streghe volino deliranti davanti alla luna
Lei crede che un angelo si nasconda in un angolo della sua stanza
Lei crede che le navi vengano a casa con le loro voci dal mare
Lei crede nei perdenti, oh, lei crede in me

Lei crede che una pentola d’oro segni la fine dell’arcobaleno
Lei crede che una luce mostrerà a chi è solo un amico diretto a casa
Lei crede che l’anima affaticata un giorno sarà libera
Lei crede nei perdenti, oh, lei crede in me

Soffia piano, vento, cosicché lei possa cavalcarti
Soffia piano, vento, e io la vedrò tra poco
Lontana dagli stupidi che le dicono che io sono un falso
Lei crede nei perdenti, oh, lei crede in me



mercoledì 17 aprile 2019

Abner Jay - Vietnam TESTO E TRADUZIONE

Abner Jay - Terrible Comedy Blues (1968)
Abner Jay
Dentist in Vietnam, 1968


Testo originale di Abner Jay

[SPOKEN]

Terrible things make news. Terrible men make big men. Why do think we've got some men in state office? Because they're terrible! Look like you got to be terrible now to be popular. Look at the headlines of your newspaper every day, I don't care if you from New York, Chicago, Los Angeles, or Selma, Alabama. In most cases the headlines of your papers are tellin' you 'bout somethin' that happened terrible. Just like before I left Denver, Colorado. Headlines on every paper in Denver where this woman poured gasoline on her husband and set him on fire while he was sleep! Now, if she had poured cologne or perfume on 'im, and started kissin' all over 'im, nobody wouldn't a never known a damn thing about it. Terrible things make news! Terrible songs make big songs!
It's really pitiful and terrible about this Vietnam War. A young boy was in here last night. He had just been drafted. He had to go to Vietnam. And he had his little ol' girlfriend with 'im. And she was cryin'! Because he had to leave her behind for the front. It was hard when he left. So they left here and went down to the depot. And she was cryin' down there, because he pulled out too soon. So he kissed her, and went off in his uniform

[SUNG]

Vietnam, Vietnam
Look for me boys
'Cause here I come

I'm goin' away
On a far-off mission
I'll be sailing on the deep blue sea
I'll be back in the late, late spring
And I hope you will be lookin' the same

Vietnam, Vietnam
Look for me boys
Here I come

I don't have anything to offer you but a baby
Not even a ring to put on your finger
But if you wait, wait, wait for me
I will return with an honorable discharge from the Navy
And I don't mean maybe

Oh, Lord
Save me for my honey baby
Oh, Lord
Save me for my honey baby

Vietnam, Vietnam
Look for me boys
For here I come

Vietnam ...
_____________________________________________________________________

Traduzione di P. G. Boccacci

[PARLATO]

Le cose terribili fanno notizia. Gli uomini terribili fanno grandi uomini. Perché pensate che abbiamo degli uomini in un ufficio di Stato? Perché sono terribili! Sembra che bisogni essere terribili oggigiorno per essere popolari. Date un’occhiata alle prime pagine dei giornali, non importa se siete di New York, Chicago, Los Angeles o Selma, nell’Alabama. Nella maggior parte dei casi, le prime pagine dei vostri giornali vi parleranno di qualcosa di terribile accaduto. Proprio come è successo a me prima di lasciare Denver, nel Colorado. Su tutti i giornali di Denver, titoli riguardanti questa donna che ha versato benzina sul marito e gli ha dato fuoco mentre dormiva! Ora, se lei gli avesse versato addosso acqua di colonia o profumo, e l’avesse cominciato a baciare dappertutto, nessuno ne avrebbe mai saputo un accidente. Le cose terribili fanno notizia! Le canzoni terribili fanno grandi canzoni!
È davvero pietosa e terribile questa faccenda della Guerra in Vietnam. Un giovane era qui dentro la scorsa notte. Era stato appena arruolato. Doveva andare in Vietnam. E aveva con sé la sua solita giovane fidanzata. E lei piangeva. Perchè lui doveva lasciarla per il fronte. È stato difficile il momento in cui se n’è andato. Quindi sono usciti di qui e sono andati alla stazione. E lei piangeva laggiù, perché lui si tirava fuori troppo presto. Quindi lui l’ha baciata e se n’è andato nella sua uniforme.

[CANTATO]

Vietnam, Vietnam
Aspettatemi, ragazzi
Perché arrivo anch’io

Sto partendo
Per una missione in terre lontane
Solcherò il profondo mare blu
Tornerò in tarda primavera
E spero che sarete gli stessi

Vietnam, Vietnam
Aspettatemi, ragazzi
Perché arrivo anch’io

Non ho niente da offrirti a parte un bambino
Neanche un anello da metterti al dito
Ma se mi aspetterai
Tornerò con un congedo onorevole dalla Marina
E il mio non è un “forse”

Oh, Signore
Salvami per la mia adorata
Oh, Signore
Salvami per la mia adorata

giovedì 14 febbraio 2019

Neutral Milk Hotel - Oh Comely TRADUZIONE

Traduzione di P. G. Boccacci

Hey,  graziosa,  sarò con te quando ti mancherà il respiro
Inseguendo l’unico ricordo sensato che hai pensato ti fosse rimasto
Quello della bella scena,  luminosa,  spumeggiante e terribile
In cui lei faceva quella cosa sul tuo petto
Ma hey,  graziosa,  non è bello come vorresti credere
Nel tuo ricordo, sei ubriaca della soggezione che hai per me
Non significa assolutamente niente

Hey,  graziosa,  tutti i tuoi amici si lasciano spompinare da te
Esplosione di frutti appuntiti e brutti che cadono dai buchi
Di un bell’amico,  luminoso, spumeggiante e terribile
Che,  secondo il tuo bisogno, poteva dirti cose confortanti all’orecchio
Ma hey, graziosa,  non puoi trovare un amico del genere qui
Se mi stai vicina,  lui è solo il mio nemico
Lo annienterei con ogni mezzo

Di’  quello che vuoi
Tieniti le tue maniere vuote
Muovendo la bocca per tirar fuori
Tutti i miracoli a me destinati

Tuo padre ha generato feti insieme a signore leccatrici di carne 
Mentre te e tua madre dormivate nel parcheggio per roulotte
Fragorose scintille dal ventre scuro degli stadi
La musica e le medicine di cui avevi bisogno per confortarti
Quindi metti in moto le tue grasse dita carnose
E pizzica tutte le tue sciocche corde,  piega tutte le tue note per me
La dolce e sciocca musica è pregnante magia 
I movimenti erano stupendi,  nelle tue ovaie
Ognuno di loro che mungeva con verdi fiori di carne
Mentre i potenti pistoni erano dolci macchinari zuccherati
L’odore di seme che pervadeva il garage
Era  tutto ciò di cui avevi bisogno quando credevi ancora in me

Di’  quello che vuoi
Tieniti le tue maniere vuote
Muovendo la bocca per tirar fuori
Tutti i miracoli a me destinati

So che loro hanno seppellito il corpo di lei con altri
La sorella,  la madre e cinquecento famiglie
E lei mi ricorderà tra cinquant’anni?
Avrei voluto salvarla in una sorta di macchina del tempo
Conoscere tutti i tuoi nemici
Sappiamo chi sono i nostri nemici
Conosci tutti i tuoi nemici
Sappiamo chi sono i nostri nemici

Goldaline,  mia cara
Ci piegheremo e ci ghiacceremo insieme
Lontano da qui
Ci sono il sole e la primavera e il verde per sempre
Ma ora ci muoviamo per provare qualcosa l’un dell’altro dentro lo stomaco di uno straniero
Sistema il tuo corpo qui
Lascia che la tua pelle inizi a fondersi con la mia!