In questo blog troverete recensioni, poesie, racconti e altro. Tutto nato dalla penna, materiale o virtuale, del sottoscritto, P. G. Boccacci.
L'immagine di copertina rappresenta il musicista e cantante Peter Gabriel come è mostrato nella cover del suo primo album da solista, "Car", del 1977. Non a caso la G. del mio nome è quella di Gabriel, mio artista preferito, al quale devo molto. La P. invece sta per Paolo, il mio nome di battesimo.
Nobody in the world Rien est perdu like a dove Andando e andando Come una primavera Che sfiorisce Everyone deflowering Moi, je suis en hibernation Nobody in the world Guarda che look! Sans doute a wreck Flusso di coscienza Between the thighs of Lady Solitude P. G. B.
Quando si traduce Leonard Cohen, risulta subito chiaro, a chiunque si sobbarchi al delicato compito di riprodurre fedelmente, senza però rinunciare a un taglio personale, i significati originali dell'autore, che ci si trova davanti non a una penna inappuntabile, né a uno stile dissoluto, ma al lavoro di un "calibratore" di registri espressivi e di universi poetici. L'opera coheniana sfugge tanto agli scrupoli, quasi dogmatici, dei poeti beat, che disdegnavano, anzi abolivano nelle proprie liriche, l'uso della rima, quanto al veto, in sordina, degli "accademici della canzone", posto riguardo il trattamento di certe tematiche piuttosto che di altre. Cohen nasce come poeta e romanziere, ma, superata da poco la soglia dei trenta, incoraggiato da amici musicisti come Judy Collins, passa attraverso una sorta di nuovo battesimo, vestendo i panni del cantautore - la musica era stata una sua passione fin dall'adolescenza. "Suzanne" rappresenta uno di quei brani, iconici, dell'autore canadese che sono stati interpretati trilioni di volte, in lingua inglese e non, e comune alla maggior parte delle rivisitazioni è il rispetto per l'originale, unito, però, ogni volta a un tocco personale, musicale o lirico che sia, del "tributante". In questo post, vi propongo il testo originale coheniano, insieme a diversi adattamenti, sia di nomi noti della canzone, sia di mio pugno (nel mio caso, solo testuali). Si accettano commenti costruttivi, in accordo o in disaccordo con il sottoscritto, l'importante è che siano motivati da delle argomentazioni, e che siano espressi civilmente. Nessun commento è negativo, se non quando viene espresso con arroganza e/o superficialità. Le critiche, ben espresse, sono sempre positive. Augurandomi che il post vi sia di giovamento e di utilità, vi auguro una buona lettura. 1. Testo originale di "Suzanne" (dall'album "Songs of Leonard Cohen", del dicembre 1967) 2. Cover francesizzata di Francoise Hardy (dall'album "Comment Te Dire Adieu", del 1968) 3. Cover italianizzata di Fabrizio De André (uscita come singolo nel '72, pubblicata successivamente - nel '74 - nell'LP "Canzoni") 4. Traduzione, in italiano, mia, - P. G. Boccacci - del testo originale coheniano 5. Traduzione, in francese, mia - P. G. Boccacci - del testo originale coheniano 1. Leonard Cohen - Suzanne (testo originale) Suzanne takes you
down
To her place near the river
You can hear the
boats go by
You can spend the
night beside her
And you know that
she’s half crazy
But that’s why you
want to be there
And she feeds you
tea and oranges
That come all the
way from China
And just when you
mean to tell her
That you have no
love to give her
Then she gets you
on her wavelength
And she lets the
river answer
That you’ve always
been her lover
And you want to
travel with her
And you want to
travel blind
And you know that
she will trust you
For you’ve touched
her perfect body with your mind
Mi decido, dopo un anno e mezzo, a pubblicare questa breve, ma illuminante, intervista, tenuta dal sottoscritto, a Ghemon, rapper di una certa rinomanza a livello nazionale, e dalle idee molto chiare riguardo all'arte - una passione, più che un semplice mestiere -, un artista sensibile e acuto, che nel panorama musicale odierno si ritaglia un proprio spazio. L'occasione è stata il concerto da lui tenuto ad Assisi, nella venue, all'aperto, del Bosco di San Francesco.
Intervista a Ghemon
di Paolo Gabriel Boccacci
Il 27 Luglio 2018,
l’artista irpino Ghemon si è esibito nella splendida cornice del Bosco di San
Francesco, ad Assisi, con una band dal nome emblematico: Le forze del bene.
Questi l’hanno accompagnato attraverso il tardo pomeriggio (durante il
soundcheck) e ne hanno sostenuto il flow nel concerto stesso, che si è svolto all’insegna
della coscienza unita al divertimento. Prima dell’evento (compreso il
soundcheck), inserito nel programma della seconda edizione del festival
Universo Assisi, Ghemon ha concesso un’intervista, breve ma essenziale.
Tu hai avuto molte collaborazioni nella tua carriera,
e questo mette in luce il rispetto reciproco tra gli artisti, di uno stesso
settore, che si trovano a lavorare insieme, in particolare il rispetto che tu
hai nutrito – e nutri – per i tuoi colleghi. Hai collaborato con Fabri Fibra,
Neffa, Bassi Maestro, hai inciso vari EP, quindi la mia domanda è quale sia la
tua dimensione ideale, particolare, che ti è più congeniale: quella del solista
– che lavora da solo – o tutte e due?
Come nel calcio degli
ultimi anni esiste il “falso nueve” – nel calcio spagnolo – ovvero il “falso
attaccante”, allo stesso modo io sono un “falso solista”, nel senso che sono un
solista ma, girando con una band di altre cinque persone sul palco – e di dieci
in tutto come squadra – sono comunque abituato a sentirmi parte di un gruppo.
Quindi, relativamente alle collaborazioni, mi trovo assolutamente bene, purché
si tratti, ovviamente, di uno scambio alla pari, perché può capitare, spesso,
che queste vengano richieste solo per ottenere visibilità. Sono ancora del
parere che la stima debba stare alla base di tutto. La mia dimensione è quella
di solista accompagnato.
In un’intervista che hai rilasciato, hai rivelato che,
per un certo periodo della tua carriera, la musica ha avuto il valore di terapia.
Oggi, come allora, è così?
Sì, di fatto lo è sempre.
Non ha il valore di terapia solo in virtù di stati d’animo o fisici precisi,
quando non ti senti bene, ma anche durante i periodi felici, nella normalità.
Sicuramente, per me, la musica è un secondo ossigeno, la vivo così. Oltre a
farla per passione, essendo il mio mestiere, da ascoltatore la sento
necessaria, appunto come fosse il mio secondo ossigeno. È terapeutica in tutti
i momenti della giornata: quando sono contento o mi preparo per uscire, stando
in macchina, nel traffico, quando mi incazzo [sorride] o non so cos’altro …
quando vado in palestra, per strada … insomma, per me c’è sempre.
Inizialmente elaboravi testi basandoti, in modo più o
meno palese, sui tuoi beniamini, che erano tuoi punti di riferimento, come ad
esempio J-Ax degli Articolo 31. Prendevi i testi, li studiavi e facevi una
sorta di cut-up, cambiavi le parole, partendo da quel presupposto. Al contempo
avevi altre influenze, di stampo pop-rock, come i Litfiba, Ligabue, e altri.
Pensi che il tuo songwriting sia maturato, trovi che, nel tempo, tu abbia
attuato delle modifiche, che di fatto sono state volute?
Proprio così! Suppongo
sia stata la mia preoccupazione principale fin dall’inizio – quella di trovare
una forma di scrittura che fosse mia, originale, di evolverla, di starci
dietro.
Una sorta di “rivoluzione personale”?
Sicuramente. Provo sempre
a non star fermo da quel punto di vista. Mi piace imparare cose nuove. Diciamo
che gli inizi, ai quali fai riferimento, sono proprio i miei primi approcci, da
meno che adolescente – ero veramente ancora bambino –, quindi in principio si
trattava di emulazione. A 11/12 anni inizi così. Poi, piano piano, il rap mi ha
dato l’imprinting per avere una forte identità, per puntare su me stesso, per
trovare le mie caratteristiche. E ancora oggi, che non faccio più solo rap, ma
piuttosto lo mescolo ad altri generi, questa cosa me la ritrovo, perché anche
in questi generi, in cui mi sto muovendo da meno tempo rispetto al rap, ho
provato a mettere dentro qualcosa di mio e a non copiare cose che esistessero,
o magari queste cose tento di non interpolarle e basta, ma ci aggiungo qualcosa
fatto da zero.
Chi ha paura del coronavirus? Me
lo sono chiesto guardandomi allo specchio. Ho visto solo il mio viso, i miei
occhi che mi restituivano lo sguardo. Non ho trovato una risposta. Chi ha paura del coronavirus? Me lo sono
chiesto mentre correggevo la posizione dello specchietto retrovisore. Ho visto
solo una macchina pronta al sorpasso. Non ho trovato una risposta. Chi ha paura del coronavirus? Me lo
sono chiesto mentre fissavo una vetrina. Ho visto solo me stesso nell’atto di
sistemarmi il diavolo per capello in testa. Non ho trovato una risposta. Chi non ha paura del coronavirus?
Guardavo il telegiornale, con i bulbi assenti, le membra stanche, ma
altrettanto stanco nel cervello per tutte quelle notizie che contenevano tutto
e non contenevano niente. Nessun messaggio rassicurante, nessun messaggio
allarmante. Chi non ha paura del coronavirus?
Ascoltavo la musica, dal mio computer, il programma aperto, ma altrettanto
aperta era la finestra sul mondo dalla quale in questi giorni sono costretto ad
affacciarmi, per condividere con tutti e ognuno lo stesso disagio. Chi non ha paura del coronavirus?
Masticavo la piadina, scaldata sulla piastra, la noia al mio fianco, ma
altrettanto annoiato era il cielo fuori, striato giusto da qualche nuvola, con
un sole pigro attraverso le tende che sembrava prendermi in giro.
Non credo che importi se qualcuno abbia
paura del coronavirus o meno. C’è chi dice che è un virus come un altro,
un’influenza come un’altra; c’è chi dice che neanche la peste del Manzoni era
così violenta e implacabile. C’è chi dice che basta una Tachipirina, c’è chi si
affretta verso il primo ospedale per il primo tampone disponibile. C’è chi si
chiude in casa, e chi rimane dell’idea che rimanere tra le mura domestiche sia
insensato, e quindi esce, come se niente fosse.
Come decidere se uno dei due abbia
paura e l’altro no? E poi cosa importa?
Piuttosto, a me, importano le file al supermercato, e le corsie svaligiate
neanche fosse periodo di saldi. Mi importano le file in farmacia, il metro/i
due metri di distanza da rispettare; mi importano i prezzi della benzina che,
all’improvviso, si abbassano, quando uno ha pregato tutta la vita che lo
facessero, e non ha mai trovato soddisfazione – non prima di questo coronavirus
(!).
Che poi, perché corona? Corona forse i
nostri fallimenti, le nostre vane corse? Corona forse il nostro ego, e la
nostra ipocrita ricerca di una redenzione? Lo chiamano così anche gli inglesi.
Mica “crownedvirus”! Non può, quindi, avere a che fare con delle teste
coronate, con delle eminenze! Non può essere il re o la regina dei virus!
Eppure c’è gente che si mette in
fila fuori dalla farmacia, che si chiude poi nelle proprie case, si lava le
mani per la prima volta nella vita. Come se il coronavirus avesse ridestato il
nostro istinto di sopravvivenza!? La prospettiva di un attentato di stampo
jihadista, o un conflitto Russia-USA che ci cogliesse impreparati nelle strade,
non ci ha mai spaventato a tal punto da costruire un bunker, da noleggiarci un
atollo, da chiuderci nel garage. Neanche l’ebola, venuta dall’Africa, ci ha
spaventato a un livello tale! Ci hanno spaventato, e ci spaventano ancora, i
disperati nei barconi, ma, a mia memoria, non c’era un clima apocalittico
quando, 5-6 anni fa, l’ebola ci ha bussato alla porta, ed è come se ci avesse
detto “Guardate, che non siete così immuni, non siete così protetti!”. Eppure per l’ebola, ad oggi, non si
è ancora trovato un vaccino, e chi lo contrae prova delle sofferenze atroci, le
ripercussioni sono davvero da film horror: il sistema immunitario dà forfait,
quando espelli, espelli sangue da qualunque buco, hai le vertigini, la febbre a
livelli non stratosferici: peggio! Nonostante tutto questo, il
coronavirus, che, ok diciamo non sia uguale a una comune influenza, ma ha tutte
queste ripercussioni, è superabile, non ti ammazza per forza: insomma, non devi
prenotare la bara all’agenzia funebre sotto casa! Gli scienziati stanno
cercando un vaccino, ma fondamentalmente chi è già positivo al virus, a meno
che non abbia gravi patologie, o vada per gli ottanta, ha una buona possibilità
di guarire senza particolari iniezioni o trattamenti.
Come mai, quindi, tutta questa psicosi di
massa? Sono forse i cinesi a darci fastidio, o a terrorizzarci? È forse l’idea
che il virus si sia protratto per chilometri e chilometri, come a dire “La Cina
era lontana … eppure questo, eppure quello, ecc”? Anche l’ebola veniva da
lontano: dagli Stati meridionali dell’Africa.
Sono forse i giornalisti, che
fomentano, che sensazionalizzano, che non ci hanno dato pace fin da subito, ci
hanno colto di sorpresa come una blitzkrieg … bop!? Non è più il 1945, delle
bombe nucleari; non è neanche più il ‘77, dell’esplosione del punk. Cos’è che
ci atterrisce tanto del coronavirus? Forse, più che mai, ci rendiamo
conto che il nostro tentativo, annoso, di mettere insieme il nostro genetico
campanilismo, e le istanze legate alla globalizzazione, è stato fallimentare.
Forse temiamo per il primo dei due – il campanilismo –, temiamo che possa
risentirne, che possiamo renderci conto di essere esposti. Temiamo,
inconsciamente o meno, di morire come i topi, di essere abbandonati a noi
stessi, e che quindi neanche la globalizzazione serva a qualcosa. Siamo noi ora il pericolo per il
mondo. Siamo noi il pericolo per la nostra cara Italia. Con l’ebola, avevamo
una sicurezza: quella che erano, comunque, i neri i responsabili. Sembra,
invece, che, in questa occasione, i cinesi siano vittime quanto noi – come
infatti sono –, e, seppure il nostro campanilismo, condito di razzismo, sia
presente in molti, la pietà in qualche modo prevale.
Chi ha paura del coronavirus?
Fondamentalmente tutti. Fondamentalmente nessuno. Più del coronavirus ci fa
paura l’idea di essere i responsabili, di essere i capri espiatori, di non
essere perfetti, e quindi non poter essere più campanilistici, e ci rendiamo
conto di trovarci costretti all’isolamento, e alla mesta rimpatriata.
UNA recensione su "KRONOMAKIA"
Spettacolo di Micrologus/Daniele Sepe
di Paolo Gabriel Boccacci
Il 28 luglio scorso, il festival
UniversoAssisi si è concluso, alle 22:00, con uno show all’insegna della
fusione tra mondi musicali diversi: jazz e rock sposati, più o meno
sinergicamente, alle ballate medievali (ma non solo!), lette, a tal guisa, in
chiave moderna. Causa pioggia, lo spettacolo,
intitolato “KRONOMAKIA” (“battaglia del tempo”), tenuto dai Micrologus e dal sassofonista
Daniele Sepe, è stato spostato dalla location prevista, della Basilica Superiore
di S. Francesco, al Teatro Lyrick (interno). L’incontro/scontro volutamente
evocato, cercato in maniera autoironica, tra generi apparentemente tanto
distanti, a livello temporale, ha, invece, dimostrato quanto l’idea, che si ha
di entrambi, sia riduttiva, se non erronea: la concezione di musica popolare e,
congiuntamente, di musica colta è stata messa in discussione, il divario è
risultato, fortunatamente, poco convincente, perché la canzone medievale, tanto
quanto il jazz – effuso da Daniele Sepe, che, in questo senso, non ha fatto
davvero prigionieri –, ha vissuto con coerenza, grazie agli strumenti, resi dinamici
dall’ensemble assisano, la propria contraddizione, proprio attraverso la
simbiosi. Si sono alternate tarantelle,
tammuriate, saltarelli e danze medievali, ma c’è stato spazio anche per due
cover di brani illustri dell’immaginario pop-rock degli ultimi cinquant’anni (o
poco più): “Stayin’ Alive” dei Bee Gees e “Norwegian Wood (This Bird Has Flown)”
dei Quattro di Liverpool.
Ma ecco la parte dolente: laddove il
repertorio di stampo medievale è stato sapientemente valorizzato dall’ensemble,
supportato dall’ugola di Patrizia Bovi, che ha, nel bene o nel male, confermato
la sua spiccata tecnica vocale, le due cover hanno lasciato un po’ al caso,
soprattutto quella di “Stayin’ Alive”, guastata da una dizione, sempre della Bovi,
in questo caso vaneggiante: a chi scrive è sembrato che qualcuno stesse
cantando, il più memorabile dei pezzi disco, in un giapponese caricaturale. E si trattava di un riadattamento, del classico anglofono, in latino! Relativamente alla cantante/arpista
di cui sopra, sicuramente dotata di un timbro all’altezza delle composizioni
medievali, va detto che la sua esibizione, seppur impeccabile (finché si è
tenuta fuori dal Novecento pop), è risultata piuttosto fredda, svuotata di quel
carisma che, se posseduto da un artista, e da questi ben calibrato, risulta
essere la chiave di volta durante un’esperienza dal vivo.
Se gli strumentisti hanno saputo
rapire, in diversi frangenti, l’uditorio, attraverso dei suggestivi voli
sonori, la frontwoman della serata ha, essenzialmente, quod valde dolendum,
dato l’impressione, quantomeno a chi scrive, di saper fare il “compito", e
nulla più. Da segnalare, come fattore
positivo, la sezione ritmica di Davide Afzal (basso), di Paolo Forlini
(batteria) e di Enea Sorini (voce, salterio e percussioni), senza nulla
togliere ai restanti musicisti. Un concerto, durato quasi due ore, che ha
saputo dare molto attraverso il rifiuto di una seriosità “classicista”, alla
quale si è preferito un taglio decisamente ironico. Musicisti in forma, vocalist
anche, ma – quest’ultima – poco comunicativa. L’arpa ha compensato.
Recensione sul terzo episodio, "PITTURA" della tre-giorni su Pier Paolo Pasolini
"PPP Vita attraverso Parola/Persona/Pittura"
di Paolo Gabriel Boccacci
Nel quadro della terza edizione
del Festival UniversoAssisi, luglio 2019, il Piccolo Teatro degli Instabili,
fulgida realtà culturale e aggregativa di Assisi, piccola grande istituzione
nel novero dei Luoghi dell’Umbria (contrapposti ai non-luoghi tristemente
diffusi, su tutta la Penisola, e al di fuori), attorno ai quali gravitano menti
e cuori, giovani nell’essenza, e non necessariamente secondo l’anagrafe, ha
svolto un ruolo chiave nella maturazione di progetti, entrati, con tutti gli
onori, nel calendario della manifestazione annuale che, più di tutte, fa uscire
la Città del Santo Patrono d’Italia dal suo stato di minorità
mediatico-culturale.
E ha svolto un tale ruolo attraverso
una coraggiosa programmazione, che ha previsto un ciclo di tre spettacoli,
pensati da Fulvia Angeletti, gestrice del Teatro stesso, dedicati alla, tanto
controversa quanto affascinante, figura di Pier Paolo Pasolini (1922-1975),
intellettuale e uomo veramente moderno, pur nel suo dichiarato attaccamento a
valori tradizionali.
Tre le inquadrature riservate al personaggio
privato e pubblico che Pasolini ha incarnato, e continua a incarnare; tre le
serate impregnate dello spirito poetico e umano di un artista che, di poesia
visiva e concettuale, ha vestito la sua esistenza, con una tale coerenza e
acutezza da risultare, ancora oggi, un esempio di “homo renovatus” (e non di
“homo novus”, come diversi lo avevano, semplicisticamente, etichettato negli
anni Sessanta), che vive il proprio tempo, ma che sogna un passato futuribile.
Il presupposto dal quale parte la
tre-giorni (21, 23 e 26 Luglio) di “PPP Vita attraverso
Parola/Persona/Pittura” è il profondo legame che l’intellettuale bolognese,
di ascendenza friulana (da parte di madre), ebbe con la città di Assisi,
soprattutto nel periodo della realizzazione de “Il Vangelo secondo Matteo”;
e a questo legame, fattivamente, è stato dedicato il primo spettacolo, incorniciato
negli spazi della Rocca Minore e interpretato dall’attore Lino Musella. Le corrispondenze epistolari dell’intellettuale,
da Bologna e da Casarsa, con i suoi colleghi e amici, sature di amore per la
vita, hanno modellato il secondo spettacolo (del 23), organizzato in una suggestiva
location nel centro storico di Assisi, denominata per l’occasione “Cortile Pasolini”,
in via San Gregorio N. 4. La presenza di un’altra “guest star”, l’attrice Elena
Bucci, coadiuvata dalla violoncellista canadese Julia Kent e da un coro tutto
al femminile, ha dato un peso maggiore alla rievocazione.
Il ciclo si è chiuso, significativamente,
con una rappresentazione che ha inteso, ed è riuscita a, riprodurre l’iconico
immaginario del Pasolini scrittore, ma soprattutto regista. 22:45, esterno, notte. Dagli spalti
dello Stadio degli Ulivi, il pubblico osserva, in un clima di assoluta intimità
nel grande spazio, gli allievi/performers del Piccolo Teatro degli Instabili
avvicendarsi, trasformarsi scena dopo scena, in un crescendo di emozioni,
profuse e esibite in maniera non sensazionalistica, ma con la semplicità dei
personaggi di Pasolini, rei convinti o presunti in un mondo schiacciante. Vengono citati, attraverso la mise
en scene, “Accattone”, “Mamma Roma”, “La Ricotta” e “Uccellacci
Uccellini”. La voce di Joselito, cantante bambino, che intona “Violino
Tzigano”, si riavvolge su sé stessa, come in loop, mentre si alternano
ragazzi di vita, prostitute e avventori di bar. La Magnani riecheggia fiera, e
appassionata, nel suo stornello, e la più grande tragicommedia – la vita –
diventa protagonista.
Un po’ più tardi delle 22:45, esterno,
notte. Il pubblico scende dagli spalti per raggiungere il campo da calcio
sottostante, e, come in un rito collettivo, si avvicina fisicamente e
mentalmente a un nuovo set, che vede l’attore Francesco “Bolo” Rossini
interpretare Pasolini stesso. La voce di quest’ultimo, registrata, riempie la
distesa erbosa, e suona tanto antica quanto familiare, a un’audience composta
da “persone”, da uomini e donne accomunati dallo stesso fardello e dallo stesso
bisogno d’amore e dalla stessa fame di vita.
Per tutto il tempo, in entrambi i “set”,
il pianoforte e gli effetti elettronici del compositore Ramberto Ciammarughi,
orgoglio assisano, e cuore pulsante della serata, hanno trasportato gli
spettatori in un mondo sonoro fatto di nostalgia, ma anche di speranza,
popolato di spiriti bramosi di uscire, e di rivivere. Le suggestioni da lui
create, attraverso toni a tratti delicati, a tratti drammatici, senza risultare
enfatici, hanno posato sullo strato visivo, preesistente e coesistente, un
ulteriore strato di magia e di tensione alla vita.
Tanti i collaboratori, tanto il calore e
il lavoro svolto, per dare vita a una rievocazione inedita, a un tributo
onesto, a uno degli autori novecenteschi più impattanti, e intensamente
partecipi del proprio tempo, e di quello futuro: come disse Alberto Moravia al
funerale di PPP, “Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeti non ce
ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro in un secolo”.
UNA DISCOTECA LABIRINTO 2.0, ALL'APERTO Recensione sul concerto dei Subsonica alla Lyrick Summer Arena, Assisi
di Paolo Gabriel Boccacci
Alla Lyrick Summer Arena di Assisi
– spazio esterno, attiguo al Teatro omonimo –, il 23 Luglio 2019
si è consumata, per la gioia degli astanti, che hanno contribuito alla sua
buona realizzazione, una celebrazione – tra suoni e parole – della
vita e delle sue contraddizioni, che, nonostante risultino, secondo
l’accezione comune, apparentemente controproducenti, in realtà fanno della vita
stessa ciò che è, e deve essere: a tratti alchimia di elementi, a
tratti dicotomia. Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.
A dare, con umiltà, una tale lezione
sono stati i Subsonica, in grande spolvero, attraverso la loro
usuale verve, non epurata dal, pur sempre presente, impegno:
canzoni che parlano di ieri, di oggi e di domani, ma lo
fanno con spigliatezza, con la gioia della consapevolezza che si
può cambiare: ci si può trasformare.
I Subsonica hanno pubblicato, nell’ottobre
dell’anno scorso, la loro ultima fatica, a quattro anni di
distanza dalla precedente, che non aveva dato loro il successo sperato,
probabilmente in ragione di una caduta di stile. E il concerto ad Assisi fa
parte, in mezzo a una vasta serie di date, del tour attinente, a
supporto di “8”, ottavo album di studio, nel quale la band
sembra tornare alle origini, e vi riesce non malaccio.
Il concerto, diviso in due set, dà
il dovuto spazio alle nuove canzoni, ma, con ancora più coerenza,
concettuale e temporale, Samuel & Co si riallacciano al loro lavoro
più rappresentativo, “Microchip Emozionale” del ’99, che ha
permesso loro, venti anni orsono, di entrare sottopelle in una fetta di
pubblico italiano, che sente ancora cari, nel proprio cuore, brani immortali
come “Tutti i miei sbagli” (in realtà portato a Sanremo nel 2000,
scritto proprio per quell’occasione, ed edito nella seconda stampa
dell’album), “Colpo di pistola”, “Aurora sogna” e “Disco
labirinto” (che, “back in the day”, vedeva coinvolti i buoni vecchi Bluvertigo,
altra realtà italiana illustre negli anni Novanta).
Il concerto inizia alle 22:15 circa,
leggermente in ritardo sull’orario fissato, ma poco male: Samuel (voce),
Max (chitarra), Vicio (basso), Boosta (tastiere), Ninja
(batteria) fanno il loro ingresso trionfale e subito fanno saltare il pubblico
con 1) “Bottiglie Rotte”, 2) “Disco Labirinto”, 3) “Up
Patriots to Arms” (classicone di Mr. Franco Battiato). Bastano
queste tre canzoni per immergere il pubblico, già a questo predisposto, nell’“universo
Subsonica”. Il calore è palpabile,
si canta a squarciagola, e non ci si ferma quasi mai, se non per ascoltare alcune
introduzioni, di Samuel, ai pezzi più accorati.
Il primo set si chiude con “L’incredibile
performance di un uomo morto” (in cui non viene coinvolto nessun uomo morto
che dà la sua incredibile performance), un lento che vira verso lo
struggente; una breve pausa e poi si ricomincia, con la band che continua,
intelligentemente, ad alternare brani “vecchi” e nuovi. Il bis è
costituito dalla sopracitata “Tutti i miei sbagli” e da “Strade”.
Per tutto il concerto, la presenza delle proiezioni su schermo, e le luci,
rappresentano una scelta importante, tanto che, nel finale di “Strade”,
la parola del titolo, a livello visivo, crea volutamente un’ambiguità,
con l’anagramma “Destra”.
Un concentrato di divertimento, uno
sfogo collettivo: questa l’esibizione della band torinese, sotto
il cielo di Assisi, città fin troppo obbediente a certi preconcetti e a
una certa indolenza durante il suo canonico corso, che, per fortuna, ogni tanto
viene interrotto da manifestazioni di gioia, e segnali di vita
(cit.). I Subsonica stessi parlano della disobbedienza come modo
principe per il cambiamento. E forse anche Assisi può scuotere via la
polvere. Come direbbe Galilei: “Eppur si muove!”.